De Rossi, il guerriero puro con Roma nel cuore e la Champions come ultimo regalo

Daniele ha trovato il suo posto nel mondo: è amato dalla sua gente e rispettato dalle tifoserie avversarie. E’ un puro. E in queste ora sta trovando le parole giuste per riorganizzare la sua squadra

di Redazione, @forzaroma

La vibrazione del cellulare segnala un nuovo messaggio nella chat del programma. Dice che nel giro di tre minuti De Rossi verrà in collegamento. Era scontato: la Roma ha appena perso male il derby, la tensione torna a essere altissima, non c’era dubbio sul fatto che il capitano – che quando le cose vanno bene in genere tira dritto – ci avrebbe messo la faccia. Mentre scorrono le immagini della partita, in un altro monitor osservo Daniele che, fuori onda, viene aiutato a mettersi microfono e auricolare. Ha il volto serio di chi è lì per senso del dovere, e sta pensando a cosa dire per guadagnare qualche ora di calma in vista della gara di Oporto, ma senza prendere in giro nessuno. E c’è qualcosa di feroce in questo destino che lo accomuna al suo grande predecessore, Francesco Totti: procedere verso il crepuscolo senza la chance di competere per lo scudetto, appeso soltanto alle notti europee. La semifinale di Champions dell’anno scorso è stata un sogno del quale si è compresa troppo tardi la possibilità di realizzazione. Ma quella Roma era più forte di questa, scrive Paolo Condò su La Gazzetta dello Sport.

Malgrado mille sessioni di mercato abbiano portato alla Roma ogni tipo di centrocampista, dai metodisti cileni agli incursori turchi, dai corridori americani ai lanciatori greci, quello decisivo per l’equilibrio della squadra – e per poter scatenare il talento offensivo di Zaniolo & C. – resta lui. De Rossi ha trovato il suo posto nel mondo, che è sì Roma – chiaro – ma anche un’idea di campione capace di valicare le mura aureliane: amatissimo dalla sua gente, Daniele è naturalmente e profondamente rispettato anche dalle altre tifoserie. Successe anche a Totti di mettere d’accordo (quasi) tutti, ma per lui era più facile. De Rossi è altra cosa da Totti: un guerriero indomabile capace anche di tackle furibondi, di quelli che in campo avverso ti fanno buttar fuori dall’arbitro sotto una bufera di fischi e improperi. De Rossi è un puro. Il fatto che non giochi per la tua squadra in fondo è un dettaglio

Personalmente gli ho voluto molto bene la sera maledetta di Italia-Svezia a San Siro, quando De Rossi s’è ribellato all’impazzimento tecnico in corso e ha gridato all’assistente di Ventura, che non lo stette a sentire e questa ormai è storia.
Ogni volta che il discorso porta a De Rossi, Fabio Capello cambia espressione come a sottolineare che fin lì abbiamo scherzato, e che d’ora in poi si parla di cose serie. Lo fece debuttare lui allo stesso modo in cui, 17 anni dopo, si è fatto largo Zaniolo: prima l’esordio in Champions, poi quello in campionato. Naturalmente certe scelte sono indirizzate anche dalle circostanze; e però per entrambi si è parlato subito di prototipo del giocatore europeo prima che italiano, a sottolineare una prepotenza fisica che all’epoca di Daniele vedevamo in Gerrard, e oggi ammiriamo in Pogba. Sul rinnovo tanto discusso, Daniele sdoganò la vera motivazione del lungo tentennamento: voleva più soldi. De Rossi decise di non vergognarsene perché tra 2010 e 2015 è stato probabilmente il miglior giocatore italiano.

De Rossi, come Totti, vive circondato da un amore popolare che gli perdonerebbe tutto. Un bambino diventa maturo quando capisce che chi gli dice no magari gli vuole più bene di chi non apre bocca adorante. E in Italia non è mai banale apprezzare chi fa rispettare le regole anche a tue spese. Un custode dell’epica come De Rossi saprà certamente trovare le parole giuste, in queste ore delicate, per riorganizzare un po’ di Roma tra senatori malmostosi come Dzeko e ragazzini sfacciati come Zaniolo, che devono ancora trovare la facilità di dialogo necessaria per essere sempre pericolosi. Poi, la Champions è la Champions: ci gioca solo gente forte, capita di fare tutto bene e ugualmente perdere, l’unica cosa che puoi e devi reclamare è la prestazione adeguata al contesto. De Rossi in carriera ha affrontato e superato molte prove del fuoco, compresa quella massima di tirare un calcio di rigore in coda a una finale mondiale, e trasformarlo. I quattro turni di squalifica seguiti all’espulsione nella seconda partita avevano stabilito una realtà sferzante: Daniele sarebbe tornato disponibile soltanto nell’eventuale finale, alla quale in quel momento non era semplice credere. Per qualche giorno infatti, sfasciato dal senso di colpa, aveva pensato di rientrare in Italia: poi, però, De Rossi aveva applicato la famosa massima di Yogi Berra – vecchio campione di baseball – “non è mai finita finché non è finita”, e il risultato fu appunto quel rigore. Certo non gli mancano gli esempi adatti a caricare i compagni, in queste ore.

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