Quando attaccano la Figc nessuno però si scandalizza

di Redazione, @forzaroma

(Il Messaggero – U.Trani) In caso di sospensione della patente, un cittadino non può certo guidare. Per un periodo determinato, da 15 giorni a 5 anni. Zeman, domenica a Irdning, è come se avesse chiamato in causa il codice della strada.

 

Perché se un tecnico è squalificato vuol dire che ha violato il regolamento e che quindi non dovrebbe allenare. Invece il nostro calcio non toglie niente a nessuno. Dà la possibilità a un tecnico di lavorare durante la settimana anche se la giustizia sportiva lo ha fermato per quasi un anno. Le norme gli vietano solo di andare in panchina durante un match. Sono le nostre regole, spesso scorciatoie per evitare punizioni o sanzioni. Perché chi sbaglia, quasi mai paga. Anzi si arrabbia. Con chi vorrebbe vedere meno furbizia e arroganza.

 
È il caso della Juve che vuole vincere sempre. Sul campo, in tribunale e soprattutto a parole. Se lo scorso 2 agosto, dopo le richieste di pena del procuratore federale Stefano Palazzi, il club bianconero, per bocca del suo presidente Andrea Agnelli, si può permettere, un attacco violentissimo alle istituzioni («la Federcalcio e la giustizia sportiva sono fuori da ogni logica di diritto e di correttezza: ci scontriamo contro un sistema dittatoriale») senza che nessuno abbia avuto voglia di zittirlo o deferirlo (non sia mai), fa sorridere che ieri l’ad Beppe Marotta chieda la punizione di Zeman solo perché ha espresso un suo pensiero sulle squalifiche nel calcio. Senza mai, tra l’altro, citare Conte, proprio come non fece i nomi di Del Piero e Vialli nell’estate di 14 anni fa quando consigliò al nostro calcio di uscire dalle farmacie.

 

Anche allora diventò lui il colpevole: perché aveva denunciato, ovviamente. Marotta, ben istruito dai tanti nemici dell’allenatore romanista che collaborano con il club bianconero, ha ricordato quel Lecce-Parma finito 3 a 3 che fece tanto arrabbiare Zeman. L’ad bianconero smaschera l’omessa denuncia del boemo, simile a quella che inchioda al momento Conte. Sfrutta, però, male il suggerimento. Dimentica un’intercettazione dell’arbitro Massimo De Sanctis, figura primaria del sistema Moggi, dopo quella gara: «Abbiamo fatto un’opera d’arte». Era fine maggio 2005, in piena Calciopoli. Il riferimento che proprio non ci voleva nel giorno in cui il ct Cesare Prandelli difende Conte e cancella per sempre il codice etico. Sarà per un altro calcio. Non il nostro.

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