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Il Messaggero

Ora i Friedkin sostengano José

Getty Images

È necessario che la Roma cominci ad alzare la voce e si faccia sentire come club e come entità

Redazione

C'è la torre eburnea, munifica e inaccessibile. Da oltre un anno eroga denaro a fiumi e nel più perfetto silenzio: siamo ormai quasi a mezzo miliardo, e proseguirà. Peccato che non si concedano, i Friedkin. Come riporta Andrea Sorrentino su Il Messaggero, sovrastano ma non si danno, versano soldi ma non ricevono nulla in cambio. Ma sono una risorsa indiscutibile, anzi una manna, devono avere un progetto, una visione. In basso c'è la suburra, ci palpita l'anima del popolo ed è un'altra risorsa unica, basta ascoltare l'Olimpico quando gioca la Roma: quarantamila per Roma-Bodo Glimt sono un'enormità che parla da sola, racconta i romanisti e José Mourinho, che all'inizio recitava da papa, ma ora, a partite giocate e arbitri italiani ritrovati, è entrato nei suoi veri panni, per niente talari: semmai, qui, quelli di un Cola di Rienzo, l'ultimo tribuno della plebe. Infatti la base lo segue. Non è in discussione, ora, se faccia giocare bene o male la squadra, se sia troppo cattivo con gli epurati, se finora sia stato un valore aggiunto: tanto per la maggior parte dei critici già non lo è stato e chissà se lo sarà.

La questione, ora, è che tra la torre e suburra vengano calati dei ponti. Non si devono lasciare soli né Mourinho né i tifosi, urge un lavoro politico della proprietà, nei palazzi, nelle diplomazie. Troppe cose sono accadute in due mesi, tutte avverse, ingiuste o inspiegabili. Dall'ammonizione di Pellegrini prima del derby, all'ineffabile Orsato di Torino, a Maresca e i suoi rigorini ora si ora no, a Mourinho espulso col Napoli poi multato dopo il Milan per "atteggiameno ironico e parole irrispettose", alla Curva squalificata per cori razzisti, sanzionati con più severità della monetina su Reina a Bergamo. Su certe vicende è doveroso che la Roma intervenga, Mourinho è arrivato fin dove ha potuto ma ormai ha poco margine. Ormai è necessario che la Roma si faccia sentire a Palazzo, come club, come entità. Che scenda dalla torre, che si infanghi nella suburra. È già un momento delicato: vietato esitare.