L’abbraccio al Capitano e la Festa si commuove

Emozioni e lacrime ieri a Roma per il documentario di Infascelli su Totti. “Francesco, colpito dalla morte del papà, ha lasciato che il film parlasse per lui”

di Redazione, @forzaroma
L'addio di Francesco Totti al calcio giocato

Francesco Totti, in lutto per la scomparsa del padre Enzo, non c’era e non sarà oggi pomeriggio all’Incontro ravvicinato in cui avrebbe duettato con Pierfrancesco Favino. Evento speciale della 15esima Festa di Roma nel vero senso del termine: va dritto al cuore di tutti Mi chiamo Francesco Totti, il documentario diretto da Alex Infascelli e in sala il 19, 20 e 21 ottobre (ma non è esclusa una tenitura più lunga) prima di sbarcare su Sky e poi sui canali Rai, scrive Gloria Satta su Il Messaggero.

È infatti Totti stesso a fare da voce narrante di questo documentario intimo e prezioso che è tratto dal libro Un capitano di Paolo Condò (Rizzoli) e comincia nella notte precedente all’ultima partita (28 maggio 2017 contro il Genoa). È il momento in cui il campione della Roma ripercorre la sua vita e la sua prodigiosa carriera.

Ogni sua parola è accompagnata da filmati sia pubblici sia privati, a cominciare dal video in super8 che lo ritrae a 16 mesi al mare proprio con papà Enzo, per finire ai trionfi in campo (lo scudetto 2001, il Mondiale 2006…) e l’ultimo calcio tirato al pallone. C’è anche spazio per Luciano Spalletti, l’allenatore prima amico poi avversario che determinò l’addio del Capitano alla Roma. “È stato l’antagonista necessario, lo Jago che ha fatto emergere la statura di eroe di Francesco e la straordinarietà della sua carriera”, afferma Infascelli. E ha pianto anche Totti, rivela il regista, guardando il film finito. “È rimasto addirittura sotto choc quando ha rivisto suo padre: non ricordavo che mi fosse stato così vicino, è proprio quello che cerco di fare con mio figlio Cristian, ha esclamato. Tutta la famiglia si è lasciata coinvolgere con entusiasmo nella lavorazione con suggerimenti, contributi, incoraggiamenti. Io, che ho perso mio padre a 10 anni, in Enzo ho scoperto il genitore che avrei voluto, non un amico dei figli ma un angelo custode sempre presente”.

Sullo schermo c’è il Totti nato per il calcio (“la prima parola che ho detto è stata palla”) ma anche il ragazzo semplice legato alla romanità, agli svaghi della propria generazione, alla foltissima famiglia. “Francesco è un uomo profondamente legato ai valori morali: la sua assenza alla Festa dopo la morte del padre lo conferma. Ha lasciato che il film parlasse per lui e si è preso il tempo necessario per pensare al suo lutto”.

Nel documentario, il campione enumera i suoi punti di forza (“potenza fisica, piede destro micidiale, coordinazione, istinto”) ma non dimentica i difetti: “Sono permaloso, se perdo rosico e faccio brutti gesti”. Parla dell’amore per la sua città che lo ha divinizzato: “Dio quant’è bella Roma. Ma sono diventato un monumento anch’io e a volte vorrei essere invisibile”. Cosa vorrà fare da grande? Infascelli non ha dubbi: “Forse il regista, ha capito come funziona il cinema e gli è piaciuto. Intanto gli ho fatto fare l’operatore in qualche scena“. E a chi piacerà il film? “A tutti, non solo ai tifosi: c’è bisogno di storie che ci facciano sentire fratelli. Proprio come quella di Francesco”.

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