(Il Romanista - P.Marcacci) Il Napoli è una squadra forte, tatticamente organizzata, seppur in maniera spartana, micidiale quando le lasci campo. E’ un assunto logico, un dato incontrovertibile.

Ma è altrettanto logico e incontrovertibile che se contro il Napoli giochi concentrato e senza lasciare spazi, se hai giocatori come quelli della Roma col Napoli "ce vinci", non ci sono santi. Partiamo quindi da dati secondo noi indiscutibili così ci capiamo meglio e non corriamo il rischio di travisare la realtà; perlomeno, non corriamo il rischio di fare soltanto i complimenti all’avversario, il che a volte assomiglia pure a un bello scarico di coscienza, se permettete. Il Napoli i complimenti li merita, per quello che ha evidenziato ma anche in funzione delle agevolazioni di cui ha goduto per poterlo evidenziare. in altre parole: se a Lavezzi, Gargano e Cavani "je dai spazio", quelli t’ammazzano, non ci sono santi. Quindi, questione di concentrazione e di conseguenza peccato mortale. Non siamo noi per primi a dirlo, lo evidenzia nell’immediato dopopartita Simone Perrotta, colui che ormai è con ogni evidenza il "portavoce degli stati emotivi carenti", visto che non è nuovo ad esternazioni riguardanti mancanza di stimoli, di motivazioni e tutti i sinonimi che ci possono venire in mente. Forse perché ai tifosi stimoli e motivazioni non mancano mai o forse perché si ritrovano dalla parte sbagliata del portafogli: quella di chi paga. Populismo? Forse, anzi sicuramente, ma sempre meglio il populismo dell’insensibilità agli stimoli o di quello che ribattezzeremo "appagamento da sconfitta", visto che Perrotta ha anche chiamato in causa la mancata vittoria del campionato scorso come deterrente agli stimoli. Di conseguenza, in base a questo ragionamento, gli interisti non dovrebbero aver fame per altri dieci anni e due domeniche fa saremmo dovuti essere noi i meno deconcentrati, diciamo così. Ma la cosa più sbagliata, in questa sede, sarebbe intentare un processo ad personam, cioè scaricando tutto il nostro risentimento contro Simone Perrotta, che peraltro in termini di impegno profuso, numeri (compreso il ragguardevole dato delle realizzazioni) e dedizione alla maglia è uno assolutamente al di sopra di ogni sospetto (ed è per questo che le sue dichiarazioni appaiono ancor più paradossali). Di tutto abbiamo bisogno meno che del capro espiatorio, perché i colpevoli sono tutti e tutti gli imputati vogliamo vedere processati dalla nostra delusione. Delusione d’amore, come sempre, come forse troppo. Ma non ci appaga neanche chi, come Ranieri, si assume la colpa della situazione perché è un’ammissione sterile, se poi la squadra in campo evidenzia la disunità e i cali di tensione che ben sappiamo. Tra l’altro, a nostro giudizio Ranieri sbaglia anche nel momento in cui, dopo essersi autoaccusato, chiama in causa anche altri, imprecisati colpevoli: giocatori? Se si quali? Società? Perché e come? C’è l’impressione, diffusa, che dopo serate come quella di sabato i protagonisti che vanno ai microfoni fungano da moltiplicatori del caos che si vede in campo. Quasi quasi ci verrebbe da caldeggiare l’utilizzo del medievale silenzio-stampa, una volta sentite certe pseudo-giustificazioni.

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