Il solito rito barbaro

“Di fronte a tutto questo, cosa volete mai che siano una sconfitta per zero a tre, una partita di pallone, una papera del portiere. Il solito rito barbarico, altra consuetudine di uno sport imputridito senza che nessuno faccia nulla, ha chiuso lo psicodramma”

di Redazione, @forzaroma

Come Ivan il serbo con le cesoie a Marassi, come Genny ‘a carogna in quel pomeriggio di morte all’Olimpico, ecco l’immancabile energumeno ultrà a cavallo di una balaustra, ecco una squadra prona sotto la curva, nel caso la Roma, per farsi insultare, ecco una leggenda del calcio italiano, Francesco Totti, a dover dar retta al becero e ai suoi compari, chinando il capo.

Di fronte a tutto questo, cosa volete mai che siano una sconfitta per zero a tre, una partita di pallone, una papera del portiere. Il solito rito barbarico, altra consuetudine di uno sport imputridito senza che nessuno faccia nulla, ha chiuso lo psicodramma. Film già visto, ma ad ogni replica cresce la nausea. Il nostro calcio non aveva fatto in tempo a mostrarsi un po’ migliore sul campo dopo anni di indicibili sofferenze, grazie alla Juve, al Napoli, alla stessa Fiorentina (peccato per Inter e Toro, troppo difficile), e subito lo sporcano la violenza dialettica, mica c’è sempre bisogno di coltelli, il vassallaggio obbligatorio degli atleti in virtù di un codice mafioso neppure così tacito, inaccettabile. Atleti sconfitti, perché nello sport succede, ma colpevoli per la curva di indegnità morale e umana. E loro zitti, a chiedere pure scusa. Ma di cosa? E a chi? Si perdono partite e scatta la paura di una città intera, di una comunità sociale. Roma sarà messa ancora a fuoco? A quale fontana toccherà?

Poi non succede, non sempre almeno, però il clima è questo e sa di resa. Volendo, si potrebbe pure parlare di pallone, di una squadra ormai impietrita dal terrore di sbagliare e così sbaglia di più, di un allenatore che ha perso il comando e il filo, compreso quello delle sue parole: non era il caso di usare metafore come “la nostra guerra” e “undici battaglie da combattere”, non stavolta. Volendo, ci si potrebbe chiedere cos’abbia squassato dal di dentro la Roma, ancora in piedi un mese e mezzo fa quando vinse a Cagliari, poi implosa, disintegrata. Ma di fronte alle ondate dei corpi in curva, di fronte a quei selvaggi arrampicati sulle grate per pretendere sacrifici umani tutto il resto è niente, solo schifo e tristezza.

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