Nebbia e polemiche, la Roma sparisce

di Redazione, @forzaroma

(La Repubblica – E.Sisti) Visto lo spessore della nebbia, e a quel punto anche del gioco, c’è da sospettare che alcuni dei giallorossi non si fossero neppure accorti che era entrato al posto di Paloschi.

 

Fatto sta che al 42’ del secondo tempo Pellissier, fantasma in bianco, in una posizione scomoda per tutti, a cominciare dall’assistente Passeri per finire con le riprese tv, elude la linea difensiva di Zeman e segna in sospetto fuorigioco una rete che premia il Chievo oltre il lecito e punisce la Roma oltre i suoi demeriti. Chievo che continua la sua striscia positiva e Roma che la interrompe mentre una girandola di preoccupazioni impreviste e di nuove/vecchie angosce la fa rientrare a Trigoria appesantita, come se avesse mangiato un pandoro avvelenato. È di nuovo nella zona morta della classifica, col Milan a un passo.

 

Balzaretti lamenta un fallo in area subito da Guana e tuona: «Arbitraggio a senso unico, la società deve farsi sentire!». Baldini sposa la causa rimanendo sul vago: «A Zeman alcune cose non sono andate giù». Oltre le decisioni poco limpide di Bergonzi (fra cui le botte a Totti mai sanzionate e l’ammonizione di Castan per un fallo discutibile a causa del quale il brasiliano dovrà saltare il Milan), al tecnico potrebbero essere rimasti sullo stomaco anche i limiti strutturali e la natura irrisolta (sempre un po’ Jekyll e Hyde) di una squadra che ieri non ha saputo tradurre in numeri la superiorità evidenziata nella prima mezzora senza nebbia: ha avvolto il Chievo sulle fasce, pareva pronta a stritolarlo, eppure non ha mai effettuato un cross indovinato, mai prodotto una conclamata palla-gol, mai ruggito veramente, come avrebbe fatto una grande capace di essere grande sempre.

 

Per evitare noie, imbestialito, Zeman s’è chiuso in un inquietante silenzio stampa. Forse era irritato anche con qualcuno dei suoi. Può avercela con Marquinhos, reo di non aver denunciato il malanno muscolare sino a farsi male, per logica conseguenza, alla caviglia (così col Milan i centrali difensivi saranno Romagnoli e Burdisso…). Oppure con lo svogliato e a tratti insopportabile Osvaldo (poi contestato da alcuni tifosi prima di prendere il treno per Firenze, dove è andato a trovare la figlia). Oppure con Lamela e Destro che sono entrati a metà ripresa teorizzando un calcio tutto loro, in totale disarmonia col resto del mondo, un calcio in cui chissà perché si dovrebbe vincere da soli.

 

O infine con De Rossi: messo dentro per irrobustire le due fasi, recupero palla e proposizione, si è limitato, sdegnoso, a mugolare appoggi insignificanti. Il Chievo non batteva la Roma da dieci anni (fu all’Olimpico, rete di Cossato, in campo Corini, Perrotta e Totti). C’è riuscito grazie a un 4-3-3 antitetico a quello giallorosso: il primo costruito per il contropiede, il secondo per triturare. Ma triturare è più faticoso e difficile, soprattutto se tattica avversaria e nebbia si alleano per chiudere ogni spazio, anche all’immaginazione. Pjanic ha offerto delizie nel primo tempo ma si è anche macchiato di una colpa imperdonabile quando liberato da un errore di Dramé per ben due volte non ha calciato di sinistro a botta sicura (10’). Con la nebbia, nel secondo tempo, è stato il Chievo ad avvicinarsi di più al vantaggio (bravo Goicoechea su Rigoni al 3’, riprovevole il tiro di Hetemaj al 16’). Poi la svolta nel bianco latte.

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