(Il Romanista - D.Galli) - Silenzio. Silenzio assouluto. Nessuna dichiarazione, nemmeno quando è andato in Nazionale, nessuna frase riportata dagli amici degli amici degli amici, nessuna intenzione di replicare a chicchessia. L’amore per la maglia che indossa si dimostra anche così. Anche evitando di accendere o alimentare polemiche, specie in una settimana così delicata. Daniele De Rossi non fa male alla Roma, non lo ha mai fatto, né mai lo farà. Altrimenti, a quest’ora starebbe giocando per il Manchester City, il Real Madrid o il Psg e la Roma avrebbe incassato zero euro dalla sua cessione. Invece giocherà domenica, e giocherà con la Roma, per la Roma, per i romanisti. Per tutti i romanisti, anche per quelli che «ma 6 milioni so’ troppi», «gioca quanno glie pare», «damolo via, ché tanto c’avemo Florenzi». Giocherà perché lui è della Roma. Lui. Non parlare. Non replicare. Non c’è dubbio, è la medicina migliore. Per una città chiassosa, dove convivono spesso a fatica più anime del tifo, e quindi più voci, più opinioni, è meglio restarsene al proprio posto, lavorando in allenamento, cercando di interpretare sul campo lo spartito zemaniano nella maniera migliore possibile. Non si può nascondere ciò che è solare, non si può far finta che il rapporto tra Daniele e Zeman sia lo stesso che c’era tra Daniele e Montella o tra Daniele e Luis Enrique. Non lo è, punto. Però De Rossi ha un pregio raro. È un puro, oltre che un duro. Dice quello che pensa. Sotto questo punto di vista, è molto simile al suo allenatore. Ma proprio per questo, perché sa di essere un puro, sa che parlando rischierebbe di esternare quella pessima sensazione di sentirsi un corpo estraneo.

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Però non è così, non è un corpo estraneo e non lo è certamente per Zeman, che invece - raccontano a Trigoria - tende a bacchettare chi reputa importante, chi stima, chi crede che non stia rendendo come invece può. Zeman lo fa in pubblico, e questo può irritare qualche giocatore. Ma Zeman è Zeman, Zeman è questo, Zeman è tutto il pacchetto, è un totem della legalità, un integralista (nella sua accezione positiva) del 4-3-3. Si sapeva. Si sa. E questa sua limpidezza, nelle parole e nei fatti, si riflette sulle formazioni che schiera.  Il Maestro decide in base alle sensazioni e alle soluzioni che prova in allenamento durante la settimana. Se un calciatore - è successo qualche settimana fa con un compagno di De Rossi - manifesta delle perplessità, ci si confronta. Ma poi è il tecnico a valutare se quelle perplessità possano o meno influire sul rendimento in partita. Non è un problema quindi di collaborazione, quella che per qualche tifoso De Rossi non sta offrendo a Zeman, è invece una questione di ambientamento. Ambientamento nel modulo. Per qualcuno è stato più rapido, per qualcun altro più lento. Ed è da folli pensare che un campione del mondo, uno che da quando è titolare con la Roma (stagione 2004/05) ha sfiorato due volte lo scudetto, ha conquistato due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, non voglia o non possa giocare come dice Zeman. È folle. È falso. E infatti ieri in partitella il Maestro ha provato una linea a tre composta dal regista Tachtisids, e dagli intermedi Florenzi e De Rossi.

Appunto. Ed è folle, è falso, sostenere anche che Daniele De Rossi sia solo in questo caotico mondo romanista. Non lo è dentro lo spogliatoio e non lo è fuori. Non lo è, e non solo per uno striscione appeso fuori Trigoria. Non lo è per tanta gente che non dimentica il senso delle cose, non scorda le parole. Quali? Queste. «Devo ammettere di averci pensato, e mi sono chiesto come sarebbe giocare all’estero, ma ad essere onesti Roma è tutto per me: è la mia vita. Non sarei felice da altre parti. Ovviamente non si sa mai cosa potrebbe succedere, ma al momento non riesco a vedermi in un altro club o a vivere da una parte che non sia Roma». Sono concetti dal valore assoluto. Si chiama amore. Lo stesso che nutrono i tifosi per la Roma, lo stesso che nutre De Rossi per la Roma, lo stesso da 29 anni a questa parte, lo stesso che Daniele dimostrerà tra 72 ore. Sul campo.

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