Quando il Brasile gioca in difesa

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Izzi) – Nella Roma zemaniana, complici il nazionale Castan, Marquinhos e Dodò, si torna, prepotentemente, a parlare brasiliano. La cosa un poco sorprende, perché pensando a Zeman, vengono in mente giocatori alla Nedved, alla Kolyvanov o alla Igor Shalimov. Eh sì, perché ti dici… «Beh, i ragazzi dell’est saranno maggiormente predisposti al sacrificio, pronti a recepire le direttive del boemo e ad assorbire i suoi ritmi di lavoro». Invece, viene fuori che l’esperienza con gli “uomini venuti dalla steppa” è abbastanza difficoltosa. […]

 

Sin dal suo sbarco a Roma, viceversa, il feeling tra Zeman e i brasiliani è stato coronato da grandi soddisfazioni. Non è certo un caso che nella sua seconda stagione capitolina, la difesa giallorossa fosse composta da un trio niente male formato da Marcos Evalgelista De Moraes (Cafu), Antonio Carlos Zago e Nascimento Do Santos Aldair. Cercare un paragone tra l’attuale difesa della Roma e quella del 1999, è per il momento impossibile. Si tratta di mostri sacri, i giovani della Lupa devono dimostrare ancora tutto. Un punto di contatto però, c’è, ed è rappresentato dal Club, il Corinthians, nelle cui fila hanno militato e sono cresciuti i tre brasiliani della Roma. Il Corinthians è stata anche la squadra di Antonio Carlos Zago. Se ne innamorò, diventandone tifoso, ai tempi di Socrates, il suo idolo.

 

La storia di Zago è degna di un romanzo di fine Ottocento. I genitori lavorano in una piantagione, lui a dieci anni abbandona la scuola dell’obbligo per dedicarsi alla passione per il calcio. Vince tutto quello che è possibile nel San Paolo e nel Palmeiras, accanto ad un certo Cafu. Poi arrivano i soldi, tanti soldi, una vagonata di Pesetas ce Zeman, appunto. e Yen e si trasferisce per pochi mesi in Spagna e quindi, per un anno e cinque mesi in Giappone. Al Kashiwa Reysol, Zago potrebbe tranquillamente giocare a fare il Buffalo Bill della situazione, gli manca però il calcio vero. Non ne può più dei tifosi che applaudono sempre, anche quando si collezionano brutte figure, che scattano le loro foto a ripetizione anche quando hai preso gol al 93’ e dovresti essere almeno un poco imbestialito. Per il calcio vero, dopo un fugace ritorno in Brasile, sceglie allora proprio la Roma.

 

A convincerlo è il vecchio amico Cafu: «Vieni da noi, vedrai ti troverai bene». A Roma, Cafu ha perso tanto tempo a spiegare l’origine del suo soprannome: «Me lo diede il mio primo allenatore perché somigliavo a un giocatore velocissimo: Cafuringa. Però ero più piccolo di lui, così…». Prima di aver finito la spiegazione, i tifosi hanno già adottato un altro soprannome che dice tutto: “Pendolino” e tanti saluti a Cafuringa. Cafu è proprio un treno. Alla testa di questa piramide, c’è “Pluto” Aldair. La Roma lo compra dopo avergli visto annullare un certo Marco Van Basten nella finale di Coppa dei Campioni del 1990. E il prototipo del difensore perfetto. A Roma, nei primi mesi della sua militanza in giallorosso lo massacrano. Un giornalista di grido, a un certo punto dichiara: «Non potrebbe giocare neanche in una squadra di serie C». Aldair dimostra invece che, semmai, da solo può giocare contro tutta la serie C, dalle sue parti non si passa, è un muro impenetrabile capace di rilanciare l’azione dall’alto della sua classe cristallina. I tre moschettieri di Zeman sono avvisati[…]

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy