Due anni fa l’invasione di Verona

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista – M.Macedonio) – “A Giulie’, affaccete dar barcone e guarda quanto è bella Roma!”, c’era scritto su uno degli striscioni che quella fiumana di tifosi s’era portato da casa.

Potevano essere quindici, diciotto, forse ventimila, poco importa. Altro che settore ospiti! Quel giorno poco c’è mancato che andasse stretto lo stadio intero. Dalla curva alla tribuna, e giù giù, fino all’altra curva. Manco fosse l’Olimpico. Anche se quel giorno fu realmente come giocare in casa. Con i tifosi del Chievo in minoranza. E che una marea come quella, di bandiere e sciarpe giallorosse, sugli spalti del Bentegodi non l’avevano forse mai vista. Neanche ai tempi di Falcao, quando da quelle parti, in era pre-leghista, non erano nemmeno in pochi a tifare Roma. Preistoria. Di certo, quel 16 maggio del 2010 – sono passati due anni fa, ma sembra un secolo – se lo ricorderanno in tanti. A cominciare da chi c’era. In molti già lì dalla sera prima, anche se la maggior parte sarebbe arrivata la mattina stessa della domenica. Come sempre. Con Verona scaldata da un tiepido sole, mentre a Roma, venendo via, s’era lasciata anche un po’ di pioggia. Paradossi di stagione. Partenza all’alba, dunque, come mille altre volte. (..)

La partita. Già, c’era anche quella. Anche se sapevano tutti bene che niente avrebbe cambiato il corso delle cose. Hai voglia a sperare nelle notizie provenienti da Siena. Nelle parate di Curci o in un gol di Rosi. E che quel campionato sarebbe finito in quel modo, lo si era capito quattro partite prima, la sera di Roma-Samp. Il pianto di Mexes, in panchina, aveva già anticipato tutto. Nell’intervallo ancora ci si crede. La Roma vince 2-0, grazie a Mirko e proprio a Daniele, ma nessuno si illude. Se a Parma, due anni prima, c’era voluto il rientro disperato di Ibra, ancora semi convalescente, a Siena basta Milito per chiudere i discorsi. Nonostante l’impegno, onesto, dei toscani. E non avrebbe perso l’occasione per star zitto, ancora una volta, Ignazio La Russa, gridando: «Il Siena si vergogni, ha giocato per la Roma!». Che detto a poche settimane da Lazio-Inter, chiudeva bene il cerchio. Perché se c’è chi non sa vincere, c’è invece chi, tifando Roma, “non perde mai”. Ed è soprattutto questo che è evidente, quel 16 maggio, sugli spalti di Verona. Non solo perché è scritto su uno striscione. Ma perché la gente sa che nulla finirà lì. “To be continued…”, anche questo c’è scritto. C’è chi ha detto che quella giornata a Verona ha ricordato il pomeriggio di RomaBayern, con la curva ad intonare “Que serà, serà”. Che non è rassegnazione, ma consapevolezza. Di una passione che va al di là dei risultati. Perché non è di quelli che è schiava. E non è una novità di quest’anno. Quella stessa energia che ha fatto viaggiare intere generazioni di tifosi romanisti in giro per il mondo. Nelle tante trasferte “oceaniche” che sembrano far parte di un’altra storia, ma sono invece lì a raccontare la nostra storia.

Come, a proposito di Bayern, i diecimila che approdarono a Monaco in Coppa delle Coppe nell’84/85. O quelli sbarcati a San Siro, in occasione di tante finali con l’Inter. In Coppa Uefa, nel ’91, quando arrivarono in dodicimila, o in Coppa Italia, quella del 2007, con quindicimila tifosi a cantare l’inno mentre Totti alzava il trofeo. E andando indietro nel tempo, i diecimila che partirono alla volta del Comunale di Torino per vedersi annullare il gol di Turone. O quegli altri diecimila in trasferta a Pisa, nell’86, nel giorno dell’aggancio, sempre alla Juve. E a Bari nel 2001? Trentamila, ad occupare il San Nicola. E sempre quell’anno, alla penultima giornata, i quindicimila a Napoli, perché molto meglio lì che davanti a quei maledetti maxi-schermi. Un rito che si è ripetuto per anni, e che qualcuno ha voluto che si interrompesse. E’ forse per questo che, come scrisse qualcuno, quel giorno a Verona è stato un po’ come l’ultimo giorno di scuola. Quando ci si stringe intorno alle persone più care. Quelle con cui si è condiviso un percorso. Sui banchi come in curva. Sperando di tornare a riviverle quanto prima, quelle stesse emozioni. Perché la storia (direbbero oggi anche gli americani)… to be continued.

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