Costretti a essere avversari, ma mai nemici: la scelta opposta di Pjanic e Nainggolan, anime di Juve e Roma
Mire e Radja hanno giocato novantuno partite insieme. Come quattro giorni e mezzo consecutivi in campo: ce n’è a sufficienza per sentirsi compagni, evidentemente pure per diventare amici. Perché questo sono Pjanic e Nainggolan, (anche) a questo è servito quel pezzo di vita firmato Roma, scrive Davide Stoppini su "La Gazzetta dello Sport". Oltre tutto. Nemici mai, perché chissà quante altre vacanze progetteranno insieme, chissà quanti segreti conservano il bosniaco del belga e viceversa.
Fratelli coltelli, per favore no. Fratelli e basta, con obiettivi evidentemente differenti. Pjanic scelse il bianconero per inseguire uno scudetto che a Roma vedeva sempre come un miraggio: "Giocavamo un buonissimo calcio, in squadra ci ripetevamo sempre che sarebbe stato l’anno buono – ha raccontato il bosniaco di recente alla rivista Undici – Poi però arrivavano partite in cui non eravamo proprio presenti in campo. Alla Juve questo non accade". Non che lui in giallorosso fosse esente da colpe. Non che in bianconero, magari, abbia evitato di scegliere in alcuni frangenti la linea della concretezza a scapito della leggerezza.
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Nainggolan invece leggero non ci va mai, se s’imbatte nella Juventus. Che sia sui social, in aeroporto, per strada o allo stadio: poco importa, Radja e la Juve è antipatia allo stato puro. "Comunque non mi vedrete mai con quella maglia", è la firma che chiude sempre il ragionamento del belga quando gli viene chiesto del futuro. Al mondo in bianco e nero ha sempre preferito quello a colori di Roma. A maggio, dopo aver segnato e mandato a marcire la torta scudetto che la Juventus s’era portata a Roma, il belga esultò in serie con linguaccia, schiaffo virtuale e pollice verso rivolto ai tifosi avversari. Pjanic non s’offenda, stasera proverà Radja a fare lo stesso. Perché si può essere amici anche avendo scelto una strada completamente differente, in fondo di fronte allo stesso bivio.
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