Roma, qualche idea per ripartire

di finconsadmin

(Corriere dello Sport – G.Dotto) – Tre ragionevoli e quindi deplorevoli contributi di riflessione per aiutare la Roma a uscire dal suo girone infernale, che oggi si chiama ?impotentia coeundi?. Un?erezione che dura da due anni (sempre pi? debole e sempre meno festosa), senza sbocchi apparenti.

L?allenatore

E? partita la sarabanda. Si fanno tutti i nomi per la panchina della Roma. Tranne l?unico. Tranne quello del miglior allenatore italiano da anni a questa parte. Francesco Guidolin. Fossi in lui non mi sentirei bene. Ha ingoiato rospi immani. Ha visto nel corso del tempo passargli sopra chiunque. Mezze calze, presunti fenomeni, ciarlatani, atterrare su panchine prestigiose. Lui niente. Mai una chance. Ha portato il Vicenza in semifinale di Coppa delle Coppe (battuto dal Chelsea di Vialli allora giocatore), dopo aver vinto la Coppa Italia. Trascina l?Udinese una prima volta in Coppa Uefa. Fa benissimo a Bologna e a Palermo. Subentra e porta i rosanero prima in A e poi in Uefa. Ritorna nel manicomio di Zamparini, dopo la parentesi a Monaco. Esonerato per futili motivi e richiamato un mese dopo, replica il Palermo in Uefa. Arriva a Parma nel 2008 e si prende subito la promozione in A. Chiude all?ottavo posto e firma per l?Udinese.

Il resto ? storia nota. Trionfi a ripetizione, due qualificazioni in Champions League e un contratto fino al 2015. Ma questo potrebbe essere un dettaglio. In quasi 25 anni di panchina ha fallito veramente una sola stagione, giovanissimo all?Atalanta nel ?93. Guadando solo sabbie mobili e pane duro. Un record. Non gli ? bastato. Dopo i lirici abbagli (Luis Enrique e Zeman) e il dignitosissimo canto solitario di Andreazzoli (che sconta, come tutti i secondi della terra, il complesso di viversi lui per primo come un secondo), Guidolin ? la scelta talmente ovvia e ragionevole, dunque degna di essere ignorata. Guidolin conosce come nessuno il calcio, ? un tecnico artigiano, un cesellatore, tatticamente pi? che flessibile. Sa valorizzare il talento. Che siano imberbi stranieri d?oltremondo o campioni lunatici. E? lui l?oro dei Pozzo. Ama il gioco palla a terra ma ha una solida concezione difensiva. Motivatore eccellente. Sa parlare ai giocatori, ai media e ora ha imparato anche a parlare a se stesso. Carattere complicato. Introverso, incline al lamento e al rovello, soffriva di qualunque fisima, vedeva ombre ovunque. Era uomo da tapiri. Oggi, a 58 anni, a furia di pedalare montagne vere e metaforiche ha bucato le sue nebbie. Ha imparato a stare al mondo senza diventare troppo mondano. Lui divorato dallo stress? Non scherziamo. Il suo ? solo stress da appuntamento mancato. Dategli la grande panchina e sollever? il mondo. Viene da Udine come Spalletti e, come Spalletti, si porta dietro il know how di una societ? unica in Italia. Dettaglio non da poco, nella campagna intorno a Trigoria ci sono meravigliose passeggiate in bicicletta.

La Roma dopo Totti

E? possibile oggi pensare una Roma dopo Totti? Sembra proprio di no. Basta girare la citt? per capire che i tifosi della lupa oggi sono pi? ?tottisti? che ?romanisti?. Ripiegati in modo quasi patologico sul loro campione. Che anche luned? sera ha preso questo suo fragile mucchio allo sbando e se lo ? caricato sulle spalle di quasi 37enne con placca incorporata. Tutto questo ? allo stesso tempo grandioso e inquietante. ?Tottizzare? in modo cos? morboso la Roma equivale a confessarne la debolezza. Di pi?, la ingigantisce. Pi? ci si rifugia nel totem, pi? s?impedisce a tutto quello che c?? intorno di crescere. Le risorse ci sono, i talenti non mancano, ma rischiano di essere opacizzati, inghiottiti da questa imperversante idolatria. I giocatori per primi la subiscono. Totti ? il loro magnete in campo anche quando sarebbero pi? logiche altre soluzioni. Il caso Osvaldo non ha aiutato. Ha fatto una notevole cazzata, vero, sfilando quel rigore a Totti, ma la citt? l?ha linciato per lesa maest?. Il meccanismo ? sottilmente perverso. Totti ? la grandezza della Roma ma anche il suo limite. La soluzione? Nell?intelligenza e nella generosit? di Francesco stesso. Solo lui pu? essere l?esorcista di se stesso, usare il carisma di Totti per guarire la tifoseria dal fondamentalismo tottiano. Aiutare allo stesso tempo la squadra a liberare le sue risorse. Aiutare i giovani a crescere (Lamela, frullato in qualunque ruolo, ? in evidente crisi d?identit?), autorizzarli a sentirsi il dopo Totti senza per questo percepirsi sacrileghi. Incoraggiare soprattutto la sua gente a pensare che possa esistere una Roma di l? da Totti. Questa sar? sua la vera grandezza.

De Rossi e Osvaldo

La Roma contro De Rossi e Osvaldo. E? l?ultima delle insulse maledizioni di questa complicatissima citt?. Caso raro di masochismo. Nella storia dell?Osvaldo furioso e ora anche innamorato hanno sbagliato tutti, a cominciare dal giocatore, prigioniero di un ego infantilmente e inutilmente turgido. Da qui al linciaggio che ne ? seguito, il passo ? greve. Si ? sviluppata negli anni a Roma un?incresciosa piccionaia dell?insulto, della violenza verbale, della drastica liquidazione di cose e uomini. Un tribunale giacobino a tempo pieno, dalla sentenza perennemente in canna. Una triste mutazione antropologica che ha trasformato i tifosi in opinionisti e gli opinionisti in carnefici. La storia di De Rossi ? l?ultima aberrazione. E? un ragazzo che ha sempre sanguinato giallorosso, oggi ? un giocatore in difficolt?, sentirlo chiamare ?infame? da anonimi, nella sbornia dei cinque secondi di celebrit?, fa venire il voltastomaco. Cominciano a essere tanti i giocatori che meditano la fuga da un ambiente cos? tossico o che ci pensano due volte prima di capitarci. Sono dei bamboccioni viziati? Non sta a noi educarli. Appello dunque alle notevoli intelligenze sparse nelle varie radio romane: una Roma che vince in Italia e in Europa sarebbe manna per i vostri ascolti e le vostre casse. Non date retta all?apparente successo della tonnara. L?invettiva svuota chi la fa. Avvelena l?ambiente. Ti d? un risultato immediato ma, dietro l?angolo, la morte sicura. Uno scaltro marketing dovrebbe orientare la comunicazione al servizio di una critica costruttiva, liberare il campo da egoici tribuni. Una Roma grande significa una festa permanente. Per tutti.

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