Thohir, troppo per bene ed educato per un calcio di squali?

di finconsadmin

(repubblica.it – F.Bocca) Non so quasi niente, come tutti del resto, di Erick Thohir “Il Vichingo” (l’ha detto lui…) ne seguo i primi passi in Italia con grande curiosità, osservo le sue reazioni, cerco di dare un peso alle sue parole. Che per adesso sono puramente di circostanza, dei gran racconti di vita – l’Indonesia, il padre, il fratello Garibaldi, le sue aziende, il suo girovagare per il mondo – storie lontane che col passare delle settimane diventeranno sempre più marginali per lasciar posto alla valutazione e una prima risposta alla domanda: vincerà? Intervistato da Fabio Fazio il nuovo patron dell’Inter ha messo nelle mani di Dio il primo scudetto della sua gestione e vagheggiato, solo vagheggiato, la finale di Champions League nel 2016 a Milano. Nel frattempo ha fatto i primi passi tradizionali, il sindaco, i grandi capi del pallone, e pure i suoi primi inevitabili zompetti: “Chi non salta rossonero è, è…” E’ nel campo dei giornali e dei media, ma dice di non voler fare il Berlusconi d’Indonesia.

 

 

Sempre gentilissimo e sorridente per adesso sembra che si muova come Pinocchio al circo di Mangiafuoco: gli deve sembrare un mondo fichissimo questo. E’ meravigliato e soprattutto onorato da tanta attenzione. Semplicemente perché sulle spalle non ha nemmeno una partita attraverso la quale essere giudicato. Altrimenti gli sarebbe chiesto conto, molto volentieri, del primo pareggiaccio a San Siro: sogna le vittorie ma non sa del peso assai più opprimente che in Italia viene dato alle sconfitte. Non è nemmeno sbarcato in Italia e già gli hanno messo in braccio un nuovo stadio da fare a Milano e un Messi da comprare prima possibile. C’è altro?

 

 

Continuo a non capire cosa c’entri Thohir con l’Inter, facendo fatica a capire l’affare, la dimensione business del tutto, ma bisogna farsene una ragione. Conosco più quelli che col calcio hanno perso soldi, che quelli – rarissimi – che ci hanno guadagnato. Il calcio lo si fa semplicemente perché è abbastanza folle, non è attività prettamente razionale e pianificabile. Certamente l’indonesiano non è un ingenuo, ho la sensazione però che forse sia semplicemente molto (troppo) educato per queste latitudini, contrariamente ai paesi asiatici dove l’educazione, il rispetto e la responsabilità sono un dovere assoluto, una religione.

 

 

Speriamo che il nostro calcio non lo deluda troppo presto. Nel frattempo merita tutta la solidarietà per aver portato qui i suoi soldi. Anche se non so esattamente quanti possano essere, se sia in grado di spendere delle cifre scandalose e immorali come i suoi tifosi magari vorrebbero (temo per loro di no). In ogni caso è la cosa che in tempi grami come questi conta di più. Speriamo che continui molto candidamente a pensare che questo sia un calcio normale in un paese normale, mentre è un calcio di squali in un paese di furbi. Speriamo che non se ne accorga.

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