Roma, fede giallorossa contro rete grillina: infuria il vero derby populista

Le radio sportive martellano Grillo, nei bar si critica la sindaca ma si diffida anche del patron americano: “Ce ricatta”. E pure sulle auto bianche fresche di sciopero il cuore è diviso: “Ahò, ‘a Raggi ce serve ma io so’ più romanista che tassista”

di Redazione, @forzaroma

Il calcio batte la politica con quella parola d’ordine di Totti e Spalletti che da ieri mattina le tante radio romaniste rilanciano con il cannone: #FamoStoStadio. Sei più tassista o più romanista? “Più romanista. Ma guarda che a Roma i tassisti so tutti romanisti”. E i laziali? “So na minoranza. Se ce fai caso so tutti molisani d’origine”. E che vuol dire? “Che sino all’altro ieri guidavano er carretto”.

E dunque, nel bar della Garbatella, Marcolino, che indossa calzini corti giallorossi con l’effigie della lupa, si mette le mani sui fianchi e sacramenta contro Grillo con irripetibili parolacce: “Perché dire ‘facciamolo da n’altra partè è un sonoro ‘sti cazzì allo stadio”. Ma ce l’ha pure con il presidente James Pallotta che ha twittato in inglese che rinunziare allo stadio sarebbe una catastrofe per la città, per il calcio e per lo sport italiano: “E vuol dire che senza stadio se ne va, che l’americano lascia Roma con l’Olimpico vuoto di spettatori, ce ricatta insomma. Il risultato? Sti cazzi con Grillo e sti cazzi con Pallotta”.

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“E no – irrompe Brunello aggrappandosi al suo braccio – io se fossi il Movimento 5 stelle ce darebbe uno schiaffo morale a Pallotta: lo faccia er Comune lo stadio”. Replica l’altro: “E ‘ndo lo fa?”. “A Capannelle invece che a Tor di Valle”. “Un bel ciufulo: te pare che così dai ‘na speranza alla ggente de Roma? Il comune fa lo stadio e lo regala alla squadra? Perepé”. Marcolino contro Brunello, il romanista-romanista contro il romanista – grillino è l’inedito derby tra due pance di Roma, tra due trippe alla romana: insieme fanno il tassista che stamattina prendeva a schiaffi se tesso.

Ci sono, alla fine, gli umori più superficiali e pure quelli più profondi della città, nelle radio del calcio romano. Scandito da mille “a stronzi”, “dò state?”, “do ‘annate?”, è un genere – non solo un degenere – che produce anche saperi professionali sorprendenti come quelli del bravissimo Flavio Grasselli. E Valentina Catoni, un ragazzona focosa riccia e rossa, è la speaker giallorossa di Teleradiostereo, – “aho, De Rossi stasera è un bronzo de Riace” – tre ore al giorno, un fenomeno, una piccola star grazie ai suoi tormentoni: “Se avevo quattro gambe ero un ragno”, “me do foco come Giovanna d’Arco, povera anima, per quanto sto a soffrì ppe ‘sta Roma”, “non è facile entrà dentro de me quando sto a far ste cronache”. Il genere è quello del tamarro creativo che, ieri sera, dopo una serie di incredibili frasi alla Frassica ma in romanesco (“qui ce vole un Platone d’esecuzione”), arriva a questa semplice verità: “Ma me vole spiegà il signor Grillo perché dice che ce vole il salvagente a Tor di Valle? Lì da cinquant’anni famo le corse dei cavalli, non quelle delle foche”.

La sguaiataggine è lo spirito del tempo, ma sono le radio che rendono il populismo romanista molto più caldo del populismo grillino che in rete ha sì la durezza del linguaggio scritto ma non ha la libertà del microfono aperto, il calore dell’urlo, la forza del dialetto, del gergo, delle divisioni in tribù e le balle e gli errori qui almeno sono spiritosi. Le radio romaniste sono quello che una volta erano le sedi dei partiti.

(F. Merlo)

 

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