Lo scienziato del calcio tra l’iPad e la palestra

di Redazione, @forzaroma

(La Repubblica – E.Sisti) – Un allenatore giovane e moderno, elegante ed esigente.

Un uomo pratico e al tempo stesso un sognatore. Uno che scambia le sconfitte per un’occasione. Quando perde Luis Enrique dice: «Dobbiamo migliorare». E poi aggiunge: «Io per primo». È il suo mantra evoluzionista. O masochista: capita anche di migliorarsi peggiorando le cose. All’inizio quando vinceva era una sfinge. Come Montella, Zeman, Spalletti, Capello. Poi si è sciolto. Non troppo però. Più di Zeman Luis Enrique incarna l’utopia perché è più forestiero di Zeman, che vive in Italia da 44 anni. Prima di comparire a Trigoria in jeans e maglietta, l’Italia di Enrique si riassumeva nel gomito di Tassotti che gli spaccò la faccia ai mondiali americani del ‘94.

Quando erano ancora a Brunico Totti scherzando di lui diceva: «Pare Zichichi…». Scienziato sì, Enrique, ma calato nel quotidiano. Fin troppo, dice qualcuno. Si applica per migliorare ogni momento della vita dei suoi ragazzi: se sei vero, lo sei sempre, se sei un atleta non bevi caipirinhe, se vuoi correre più del tuo avversario è meglio che rinunci alla matriciana. Al bar di Trigoria sono spariti d’incanto cornetti, fagottini e sfogliatelle: al loro posto fette biscottate in confezioni da due. Prima ancora di diventare uno schema di gioco, il “progetto” di Luis Enrique Martinez Garcia, asturiano di Gijon, 41 anni, un fisico scolpito e una mandibola più asciutta e più appuntita di quella di Capello, è anzitutto lui, Enrique in persona. Quello che chiede ai suoi giocatori l’ha già chiesto se stesso. Il suo è un corpo sperimentale, fette biscottate comprese. Con lo spirito lega Coelho e Cervantes. Arriva due ore prima degli altri per preparare l’allenamento (sull’iPad) col preparatore Cabanellas e il tattico Lopez e forse per questo non sopporta il ritardo di due o cinque minuti del suo giocatore più importante, De Rossi, tanto da escluderlo dalla partita con l’Atalanta. Si sveglia alle sei, va a correre, porta i figli a scuola sulla Cassia e poi si butta sul raccordo.

Quando nevicò (abita all’Olgiata) rimase a dormire a Trigoria. Non aveva paura delle strade ghiacciate: temeva di arrivare tardi il giorno dopo e a quel punto di doversi autopunire. Ha corso la maratona di New York e partecipato all’Ironman di Francoforte (triathlon). Mantiene una strabiliante condizione fisica: appena il 5% di massa grassa.[…]

. Nel suo calcio qualità e divertimento dovrebbero sempre scaturire dall’applicazione di «rispetto, partecipazione e lealtà». Se uno si comporta bene, corre e suda, prima o poi qualcosa succede. «Se poi non funziona bravi gli altri». «Non guarda in faccia nessuno e fa bene», ammette il De Rossi appena punito. Un momotivo ci sarà. La Roma però è uscita ad agosto dall’Europa ed è il mese in cui di solito fanno fuori le schiappe. Lo Slovan ha ringraziato, i tifosi no. «Questo non dura», dicevano, «anzi prima salta e meglio è». Invece la sua identità, la sua personalità, la Roma le ha trovate. Le manca la continuità dei giovani. Abbiamo visto partite orrende (Fiorentina, 2 col Cagliari, 2 col Siena, col Bologna in casa, con la Juve in Coppa, domenica con l’Atalanta). Ma ci siamo anche divertiti. Enrique aveva puntato su nomi il cui valore è sceso come uno spread pedatorio (Angel, Kjaer, Greco, Juan, Bojan). Lamela resta indecifrabile, Marquinho è appena arrivato e Simplicio va sempre pesato prima. In compenso Osvaldo e Borini si sono guadagnati la nazionale. C’è una Roma 1 che vince e piace, una Roma 2 che non perde ma non brilla e una Roma 3 che può essere bucata a piacere. Molto dipende dalla presenza o meno di De Rossi. […]

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