Disperato, incredulo Luis: l’alterazione dell’utopia da benessere in mierda

di Redazione, @forzaroma

(La Repubblica – G.Romagnoli) – Questo di tanta speme oggi gli resta: mierda. El proyecto, la planificaciòn, el diagrama, el plan: mierda. Luis Enrique solitario sul bordo della final tristezza condensa punto, partita e stagione en una palabra: s’è capita.

Ma per arrivarci è stato necessario un tortuoso percorso intestinale. Ingestione di nefandezze, espulsioni a catena, succhi gastrici, dieta senza terzini, ulcere in mediana, Lamela al giorno, esposizione ai fattori patogeni e al contropiede, un bello sforzo e olè, ci siamo. Doppia sconfitta nel derby, meno dieci dalla Lazio in classifica, più quattro appena sul Catania del predecessore Montella che non aveva fascino perché non veniva dal Barcellona ma, pensa, dalla Roma. Che altro dire se non quello? Luis Enrique ci arriva un po’ per incredulità e un po’ per disperazione. L’accaduto gli appare più che improbabile, ingiusto: ma come, schieri un ex attaccante e uno svagato esterni bassi, offendi (quanto il pubblico avverso) il povero Juan destinandogli come collega pari grado Heinze o Kjaer, spolpi De Rossi, investi su Bojan, non credi in Totti ma non lo togli più, giochi alla stessa maniera dovunque, comunque, ma soprattutto perché e tutto quel che ottieni è quella palata lì? «Che cosa ho fatto per meritarla?». Se non tutto, molto. Di certo, abbastanza. La verità è che tutti amiamo Luis Enrique. Come amiamo la possibilità, la speranza, il populismo nella forma gentile. Gli altri allenatori ne parlano bene, i giocatori non ne parlano male, il pubblico esprime inedita tolleranza. (…)

Tutti vorremmo poter comandare qualcosa a modo nostro. Che senso ha prendersi una responsabilità per poi farsi dettare le mosse da chi te l’ha assegnata? Schierare la formazione voluta dal presidente, ascoltare i borborigmi dei commentatori, inchinarsi al volere della curva? Sono tutte voci dello stesso stolido coro: «Si è sempre fatto così e così sempre si farà. Primo non prenderle, marcare a uomo e saccagnare il faro della squadra avversaria, muovere la classifica, e rispettare lo spogliatoio. Amen». Luis Enrique è arrivato come portatore apparentemente sano di quel morbo che ha contagiato generazioni alterne: l’utopia. In dosi ragionevoli determina euforia, benessere e perfino risultati. Eccedendo nella quantità si tramuta nel dirompente lassativo dei cui effetti si è detto. Uno degli errori più gravi che si possano commettere nella vita è avere dei modelli. Soprattutto se viventi e in azione. Le due più grosse delusioni dell’anno, Luis Enrique e Villas Boas, sono stati (e si sono) presentati come versioni (rifinite e potenziate) di Guardiola e Mourinho, gli archetipi contemporanei dell’allenatore vincente. Non scherziamo: mica basta scrivere un romanzo su un ebreo sporcaccione per essere il nuovo Philip Roth. (…)

Ora resta da chiedersi se stia meglio il portoghese che se n’è tirato fuori, si fa la doccia e si prepara magari per ripresentarsi da Moratti. O l’asturiano, sommerso fino al collo che, come lo sventurato della barzelletta, grida: «Non fate l’onda!». Il pericolo esiste. Gli stessi che lo volevano fuori al primo errore in Europa League riaffilano i coltelli, la curva tutto perdona tranne la doppietta laziale e gli americani de noantri traducono: «The project? Shit!». Da qui in avanti è tutta salita. Arriva il momento i cui anche gli idealisti si vestono di grigio, fanno due o tre mosse facili e insulse, tirano fiato e vanno a vedere che faccia ha il domani. Tradotto: qualcosa che assomigli a una linea di difesa, precauzioni in caso di contropiede, abbastanza punti da qui alla fine per conquistare l’Europa League e poter sostenere che non si è perduto un anno. Zeman sarà Zeman, ma il suo Pescara è secondo in classifica e in piena corsa promozione. Luis Enrique ha fatto balenare spiragli e talenti. Non tutto è da buttare, ma sta a lui non tirare adesso lo sciacquone.

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