Un gentleman con radici affondate nel nostro Paese

di Redazione, @forzaroma

(Il Romanista) Ripubblichiamo tre estratti di tre articoli del nostro giornale su James Pallotta usciti nei giorni in cui, nell’aprile del 2011, a Boston la Roma passò agli americani. Giorni in cui si cercava di scoprire di più sulla persona Pallotta, sull’uomo d’affari, sul tifoso. Eccoli!

 

L’UOMO D’AFFARI (…) Il tour nel futuro della Roma è appena iniziato. Sotto un’acqua incessante, che fa rimpiangere i 25 gradi lasciati in Italia, ci si potrebbe dirigere verso Devonshire Street per andare poi verso Tremont Street dove già in passato si è andati a cercare DiBenedetto nei suoi studi. Ma stavolta preferiamo svoltare a sinistra puntando verso il mare e verso i tanti “Wharf” di Boston. Wharf ovvero le banchine. Il 50 di Rawes Wharf è il luogo dal quale James Pallotta coordina la sua attività, questo ovviamente quando non si riposa nella sua villa principesca che si è costruito qualche tempo fa e che ha fatto parlare anche i giornali della città. Un palazzo bellissimo che si affaccia sulla baia con le barche a vela che la attraversano. Stavolta non c’è nessuno della security a bloccare il nostro cammino. Basta guardare sulla lista delle compagnie presenti nell’edificio per individuare il piano della Raptor. Si sale, le porte dell’ascensore si spalancano in una sala d’accoglienza silenziosa e lussuosa. C’è solo una segretaria alla quale chiediamo di poter parlare con James Pallotta. Ci fa accomodare su un divano con una vista mozzafiato sulla baia. Roba da stropicciarsi gli occhi. Pochi minuti e arriva un’assistente di Pallotta seguita da un uomo massiccio. Ci dicono di essere sorpresi di vederci e che finora nessuno è arrivato fino a lì. Pallotta non ci può ricevere e ci invitano ad andarcene dicendo che ci avrebbero comunicato presto via telefono eventuali novità. In effetti la telefonata arriva pochi minuti dopo. Una chiamata con la quale un uomo ci dice di essere felice dell’interesse dimostrato per la vicenda, ma di non poter fare nessun tipo di dichiarazione almeno per il momento. Insomma, tutti hanno le bocche cucite e c’è la massima attenzione a non far trapelare troppe notizie. IL TIFOSO «Dove le squadre hanno una storia, i Boston Celtics hanno una religione». Parola di Bob Ryan, forse la penna più autorevole di Boston in fatto di sport. Non è un’esagerazione e guardando la storia della franchigia per cui ha tifato e di cui è co-proprietario James Pallotta, si può legittimamente sperare che gli americani alla guida della nuova Roma non faranno sparire i sentimenti. Perché vengono da Boston, non da un posto qualunque. Perché uno come James Pallotta, che ha visto Bill Russell dalla piccionaia, Larry Bird dalla tribuna e oggi vede Paul Pierce dal suo palco riservato, respira, sente, vive in ogni momento il Celtic Pride.

L’orgoglio di essere un “Celtic”, qualcosa che era nell’aria fin dall’inizio e che nel tempo si è sedimentato tra i legni del parquet incrociato del Boston Garden. (…) Dimostrano che la tradizione, il sentimento, il «pride» non muoiono mai e così, dopo tanti anni senza successi, nel 2007-2008 tornano a vincere, battendo in finale proprio i Lakers. La proprietà è cambiata, ora è della Boston Basketball Partners L.L.C., di cui fanno parte Wyc Grousbeck, H. Irving Grousbeck, Steve Pagliuca, Robert Epstein, Paul Edgerley, Glenn Hutchins e James Pallotta. Il “big three” è tutto nero: Paul Pierce, Kevin Garnett, Ray Allen al quale, prima dell’inizio della stagione, Bill Russell spiega che cosa significa essere un “Celtic”. Significa sacrificio individuale per il bene collettivo, rispetto, tenacia, spirito guerriero, testa e cuore. Significa essere l’unica franchigia, assieme ai Knicks di New York, a non aver mai cambiato città. Significa essere stati gli ultimi ad avere le cheerleader e gli unici ad avere la maglietta ancora uguale a quella delle origini. Significa che anche se si distrugge il Boston Garden, si costruisce un altro Palasport e non solo lo si chiama comunque “Garden” (con una “TD” davanti, concessione alla banca che ha sponsorizzato i lavori), ma si rimette il parquet incrociato. Tra un po’ ci rimetteranno lo stesso del vecchio impianto. Red Auerbach non c’è più, ma in città c’è una statua che lo ritrae con il sigaro in mano. James Pallotta, quando la guarda, respira il “Celtic Pride”. Non c’è business, senza sentimento.

 

LA FAMIGLIA «James è un vero gentleman, è il migliore. Fidatevi di lui». James è James Pallotta uno dei soci che con DiBenedetto ha preso la Roma e a parlare in questo modo sono le sue sorelle. Pallotta è un businessman molto conosciuto a Boston. Uno dei re della finanza, in particolar modo degli “Hedge Fund”. Sì, insomma, i fondi di investimento. Il cognome rivela chiaramente le origini italiane della famiglia. Radici profonde nel nostro Paese tanto che le sue sorelle, Carla e Christine, da poco più di cinque anni hanno aperto un ristorante nel North End, il quartiere italiano di Boston. Il ristorante si chiama Nebo e si trova a 100 metri dal Boston Garden, la casa dei Celtics, la grande passione di James e di tutta la famiglia. La squadra di cui era tifosissimo da piccolo (e anche ora) e della quale è entrato a far parte.(…) All’ingesso mi riceve Carla, vestita con un elegante abito nero. Tempo di presentarsi e subito mi porta a conoscere Christine, che arriva vestita da perfetto Chef. Solari, allegre, cortesi, quando gli dico che vengo da Roma mettono da parte tutto e lasciano fare ai camerieri che continuano a sfrecciare su e giù mentre loro si dedicano a me. Non faccio mistero del fatto che l’interesse per il locale è nato dal fatto che da settimane si parla della possibilità che suo fratello prenda la Roma. E loro non hanno difficoltà a parlare di lui: «James is a gentleman, he is the best. Davvero, non si può dire nulla di negativo su di lui». Dalle loro parole traspare l’amore per il fratello, per la famiglia. Nei loro modi, nella loro allegria si respira l’aria dell’Italia. Quella che la famiglia Pallotta ha lasciato (come tanti in quel periodo) agli inizi del novecento. «Nostro nonno paterno partì da Poggio Nativo nel 1915 o giù di lì – dice Carla -. Mentre la famiglia di mia madre di cognome fa Di Giacomo. Sono originari di Canosa, in Puglia. Nostro nonno paterno faceva il tagliatore di alberi nel Maine. Hai presente quelli che abbattono i tronchi e li fanno viaggiare nei fiumi?». Quando parla della famiglia, a Carla si illuminano gli occhi, così come quando sente parlare italiano: «Il mio nome con il vostro accento fa un effetto strano, è bello».

 

Carla parla bene la nostra lingua, Christine è più riservata ma anche lei capisce bene l’italiano. (…) A proposito di tifosi, Carla mi confessa che ieri è stata una giornata pazzesca perché l’hanno contattata più di 500 persone su Facebook: «Mi hanno chiesto l’amicizia, tutta gente dall’Italia che ci diceva “forza Roma” e che faceva il tifo per noi, evidentemente qualcuno in Italia ha scritto che abbiamo un ristorante e che siamo le sorelle di James». Arrossisco e confesso loro che la colpa è anche mia e che Il Romanista è stato tra i primi a scrivere questa cosa. Loro però non sembrano affatto seccate, anzi, il contrario: «Capiamo la vostra follia per il calcio, noi siamo “toc toc” (fa cenno con la mano di bussare sulla sua testa) pazzi per i Celtics. Queste manifestazioni d’affetto non ci danno fastidio. Al contrario ci rendono orgogliose. Siamo felici che gli italiani tengano tanto a noi. Nostro padre sarebbe stato veramente orgoglioso.

 

Lui è morto un anno fa, era nato in America ma amava l’Italia. Pensa che prima di andarsene ha voluto portare un nipote in Italia per fargli conoscere le sue origini». Sì, gli italiani sono pazzi per il calcio e i romanisti sono ancora più pazzi per la Roma. Gli spiego che i tifosi giallorossi hanno una voglia matta di vincere qualcosa e che contano tanto su loro fratello: «Voi avete sempre fretta». E perché è da tanto che non vinciamo qualcosa di grande. «È dal 2001 – interviene Carla che evidentemente tanto all’oscuro delle cose della Roma non è -. Tutto il quartiere ama il calcio, ci sono i bambini per strada che danno calci al pallone, si vedono le partite. Il nostro quartiere vive il calcio». E James? «Con James non parliamo mai di affari. Questo vale sempre e non solo in questo caso. Per noi lui non è un uomo d’affari, è semplicemente nostro fratello, è la famiglia. Parliamo di cose di famiglia». Una famiglia che prima del calcio ama il basket e i Celtics. Che a pochi passi da lì hanno un museo pazzesco che fa emozionare anche chi non è tifoso. In maniera sfacciata dico a Carla e Christine di riferire al fratello di fare al più presto un museo del genere anche a Roma. «Glielo diremo appena lo sentiamo» replicano loro. Ma insomma dobbiamo essere fiduciosi? «Certo – concludono loro -. Fidatevi di lui. E Forza Roma!».

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