Adesso si aspetta l’assemblea di domani della Lega di serie A, per interpretarne l’orientamento visto che fra le 20 società la frattura è profonda.

Si avvicina la data del 27 luglio, ultimo giorno utile per presentare le candidature alla presidenza della Federcalcio (l’assemblea elettiva è fissata per l’11 agosto), ma la situazione non si sblocca. È risultato interlocutorio l’incontro di ieri mattina a Roma fra il presidente della Lega Dilettanti, Carlo Tavecchio, designato dalla sua componente per verificare se esistono le condizioni per una reale candidatura e Damiano Tommasi. 
Il presidente dell’Assocalciatori ha spiegato che le componenti tecniche (quindi anche gli allenatori) chiedono di presentare in assemblea un proprio candidato e in questo senso il nome resta quello di Demetrio Albertini, come segnale di un reale cambiamento rispetto al passato. Non si è parlato di programmi, ma è chiaro che cosa chiedono calciatori e allenatori: cambiamento del format dei campionati pro, per migliorarne il livello tecnico, con la serie A che tornerebbe a 18 squadre; riduzione delle rose; minor numero di giocatori stranieri soprattutto nei settori giovanili, attraverso una specie di moral suasion che eviti però qualsiasi conflitto con l’Unione Europea (da anni non è stata accettata la specificità dello sport e del calcio in particolare e per questo le frontiere restano spalancate); ridefinizione completa della politica legata ai settori giovanili dei club. A sua volta, Tavecchio ha spiegato a Tommasi, che le Leghe, non soltanto quella Dilettanti, o una larga parte di esse lo spingono a candidarsi e che lui pure ha un programma di pesanti riforme. 
Adesso si aspetta l’assemblea di domani della Lega di serie A, per interpretarne l’orientamento visto che fra le 20 società la frattura è profonda, anche perché l’elezione del presidente della Figc avrà riflessi non secondari anche sui vertici della Lega, che in caso di un nuovo corso federale potrebbero cambiare. Ha detto Tommasi: «Bisogna capire che cosa vuole fare la Lega di A: non ha un peso numerico particolare, ma ne ha uno specifico molto forte. Si dice sempre che un presidente della Federcalcio sarebbe debole senza l’appoggio di tutta la Lega di A, ma non possiamo risolvere noi i problemi all’interno delle società. Ci deve essere un’assunzione di responsabilità, la stessa che i club hanno dimostrato nell’accordo raggiunto sui diritti tv. È questo che può dare stabilità al sistema. Per trovare una linea politica condivisa c’è molto da lavorare, ma il tempo non manca». Sull’incontro con Tavecchio ha detto: «I punti in comune fra di noi sono tanti, ma ce n’è uno in particolare: volere un presidente». 
Quello che non è più Giancarlo Abete, dimissionario dal 24 giugno e che ieri ha chiarito una volta in più le difficoltà reali di chi si trova a guidare la Figc, al di là dele buone intenzioni: «Ho sentito tanti interventi, anche di cognomi illustri, capisco che la logica del confronto dal basso attiene più a certe persone rispetto ad altre che hanno la logica delle nomine e della titolarità date dalle società per azioni, ma la Federcalcio è una associazione e non una Spa. Le logiche verticistiche con nomine dall’alto e pensiero unico riformista non mi appartengono». E al presidente del Coni, Giovanni Malagò, non è rimasto che sperare in una soluzione il più possibile condivisa, perché non basta: «Presto incontrerò Tavecchio; spero che l’11 agosto ci sia un candidato che sappia prendere il massimo dei consensi». Anche perché, passata la festa, c’è da governare. Ed è il compito più duro. 

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