Tanrivermis, allenatore dell’U16: “Offerte dalla Turchia, ma ho rifiutato. E inseguo Mourinho”

Il tecnico della squadra del settore giovanile di Trigoria: “Il portoghese è il mio preferito, ma so che devo andare per la mia strada”

di Iacopo Erba

L’allenatore dell’Under 16 della Roma Tugberk Tanrivermis ha rilasciato una lunga intervista a TRT Sport in Turchia e ha parlato della sua avventura alla guida di una delle squadre del settore giovanile giallorosso. Il turco a Trigoria è ritenuto uno dei tecnici più promettenti.

L’avventura di un giovane che studia Scienze Politiche all’Università Galatasaray per diventare un allenatore campione a Roma… Ci racconti come è iniziata e come sta progredendo la tua carriera?
Ho deciso di fare questa professione già nella mia infanzia. Quando avevo 18 anni, ho fatto domanda per i corsi presso la Federcalcio inglese. Nel frattempo ho messo in pratica ciò che ho imparato durante il corso assumendo giovani nell’infrastruttura di Yeniköyspor. Quando sono stato ammesso al corso di secondo livello in Inghilterra, ho incontrato Cüneyt Tanman, uno dei leggendari capitani del Galatasaray. Quando ha parlato del mio lavoro, mi ha incluso nella squadra di scout che è stata fondata per la prima volta a Florya. Entrare in Florya è stato come un sogno per un ragazzo di 20 anni che ama il suo club come me. Ho trascorso 2 stagioni come allenatore interno nella squadra giovanile del Galatasaray e come vice allenatore ufficiale. Alla fine sono tornato al Florya, il mio club. Durante le 4 stagioni ho lavorato come analista, responsabile tecnico nell’infrastruttura e assistente allenatore in due periodi diversi in prima squadra. Ovviamente abbiamo vinto molte coppe e campionati. Alla fine del mio secondo anno al Galatasaray, chiesi al nostro direttore Cenk Ergün di darmi una squadra giovanile. Volevo mettermi alla prova dirigendo una squadra e assumendomi quel tipo di responsabilità. Nel frattempo ho continuato a ricoprire il mio ruolo in prima squadra. Devo ringraziarlo, si è fidato di me e allo stesso tempo credeva che potessi intraprendere entrambe le strade. È stata una stagione molto impegnativa, non avrei mai lasciato Florya. Abbiamo trascorso una stagione memorabile con i nostri risultati, in Turchia abbiamo conquistato il campionato. Stavo intanto completando i corsi in Inghilterra. Ho ottenuto la mia licenza Pro UEFA quando avevo 27 anni. È una sensazione molto speciale lavorare nel club che le persone hanno sempre sognato da bambini. Inoltre, il Galatasaray significa tante cose per me. Sono nato nel Galatasaray e porto sempre questo stemma nel cuore. Solo chi ama lo stemma giallo-rosso come me può capire cosa provo e l’orgoglio di sentirmi parte di questa squadra. Purtroppo alla fine della stagione 2017-2018 il mio club non mi ha rinnovato il contratto e sono partito. Nessuno vuole lasciare la propria casa, ma ovviamente a volte bisogna farlo nell’interesse della professione. Ho valutato l’offerta della Roma e ho iniziato dalla squadra U15. Dopo le vittorie in campionato e coppa, al termine di due stagioni, sono stato promosso alla squadra U16.

Hai realizzato i tuoi sogni. Come ci sei riuscito? Quali difficoltà hai incontrato e come le hai superate? Cosa consiglieresti ai giovani che ti prendono come esempio?
Soprattutto nei miei primi 3-4 anni, ho superato le difficoltà che ho dovuto affrontare ascoltando molto e svolgendo solo i compiti che mi venivano assegnati. Ho lavorato duramente per portarli a termine al meglio, il più velocemente possibile. Il mio più grande consiglio è di lavorare sodo e di essere pazienti. Inoltre, come punto di partenza, non dovremmo scegliere alcun livello. Come in ogni professione, bisogna ascoltare molto i primi anni, cioè negli anni di apprendistato e adempiere ai doveri che ti vengono affidati. Più duramente lavorerai e più le opportunità ti si presenteranno di fronte. All’inizio molte persone ti diranno che non puoi farcela, che è troppo difficile. Non bisogna lasciare che questo tipo di discorsi ti scoraggi: al contrario, è giusto considerarli uno sprone per lavorare di più. E’ importante anche imparare una lingua straniera e entrare sul campo sin dalla tenera età, se possibile: l’esperienza e il tempo speso sul campo sono molto importanti in questa professione.

Hai studiato con nomi molto importanti come Arteta e Pepijn Lijnders nel corso in Inghilterra. C’era anche Henry. In che modo trovarsi nello stesso ambiente con questi grandi ex giocatori ha contribuito alla tua avventura da tecnico? Sei ancora in contatto con alcuni di loro?
Sì, sono ancora in contatto con tutti loro. Continuiamo a scambiarci molte idee riguardo i nostri stili di allenamento e sulle partite. Ho stretto in particolare una grande amicizia con Thierry Henry. Una persona eccezionale, un vero campione. Spero che la sua carriera di tecnico sia piena di successi come lo è stata sul campo.

Mustafa Denizli, Prandelli, Hamza Hamzaoğlu, Fatih Terim: cosa hai imparato da loro?
Tutti i tecnici con cui ho lavorato hanno contribuito al mio sviluppo. Ho imparato molto da Prandelli, soprattutto in termini tattici. Forse non riusciva a riprodurre il calcio che voleva sul campo, ma era davvero molto preparato. Aveva il controllo di ogni sistema fin nei minimi dettagli. Hamza aveva un’energia molto positiva. Penso che questo sia particolarmente importante nelle grandi squadre, gestisci un vasto pubblico e i tuoi messaggi sia ai fan che ai giocatori sono fondamentali. Mustafa Denizli è stato uno dei più esperti con cui ho lavorato. Riekerink è stato l’insegnante da cui sono rimasto più colpito, soprattutto dal suo metodo di allenamento e dal suo ritmo: utilizzava esercizi a ritmo sostenuto che aiutavano ad aumentare la concentrazione. Alcuni di questi li uso ancora a Roma. Terim va messo a un livello diverso. Non ho avuto modo di lavorare con lui personalmente, ma siamo stati in contatto soprattutto da quando sono arrivato in Italia. E’ la leggenda vivente del calcio turco e del Galatasaray. In qualità di tifoso, non posso che ringraziarlo per il suo successo. Dopotutto, non si tratta mai di copiare qualcuno, ma di formare la propria filosofia di gioco e il proprio modo di lavorare.

Hai fatto la storia a Roma: primo allenatore turco della squadra, campione della Roma U15 dopo tanti anni. Come sono stati i tuoi primi giorni a Roma e come sei arrivato a questi successi?
La mia prima volta a Roma non è stata per niente facile. Sapevo che avrei passato un periodo difficile, ma non riuscivo a capirci granché. Sono arrivato in Italia come primo allenatore straniero a lavorare qui, avevo tutti gli occhi addosso e il fatto che io sia turco ha amplificato ulteriormente la cosa. Ho cercato di adattarmi completamente al sistema, piuttosto che alle mie idee, per provare a “romperlo” in senso positivo. Più tardi, quando mi sono ambientato, ho iniziato ad applicare i miei metodi. Entrando nei dettagli, all’inizio abbiamo provato a pressare, ma gli avversari erano ben preparati. Successivamente abbiamo risolto il nostro problema in difesa, concentrandoci sulle transizioni e capendo come reagire prontamente per riconquistare la palla. In attacco non abbiamo mai compromesso il nostro gioco (anche se all’inizio non abbiamo ottenuto i risultati che volevamo). Abbiamo sempre cercato di costruire il gioco basandoci su un piano ben definito. Abbiamo provato strategie diverse contro sistemi diversi, ma non abbiamo smesso di puntare sempre a giocare. Siamo riusciti a sconfiggere squadre forti come Fiorentina, Napoli e Milan nelle gare finali, arrivando alla vittoria.

Come descriveresti la filosofia che stai adottando a Roma? Come giocano le tue squadre e come sono i tuoi rapporti con la prima squadra?
Quella della Roma è una delle migliori accademie in Italia e in Europa. Il nostro club ha una metodologia. È chiaro cosa vogliamo in tutto, dall’organizzazione del gioco a quando teniamo palla tra i piedi, così come in attacco e in difesa. E’ sempre necessario giocare in maniera diretta, sfruttando gli spazi lasciati dagli avversari. Contro le squadre chiuse cerchiamo pazientemente di prendere palla e preparare di conseguenza l’attacco. Qui in Italia è importante toccare meno la palla e giocare velocemente. Le nostre squadre di solito giocano con il 4-3-3, ma la preferenza del sistema è affidata a noi. Siamo nella stessa struttura della prima squadra, perciò seguiamo da vicino anche il loro lavoro. È molto motivante per i nostri ragazzi essere vicini ai giocatori della prima squadra, li ammirano.

Che ruolo hanno le giovanili nella filosofia del calcio a Roma? 
Le giovanili hanno grande importanza a Roma. I nostri dirigenti ci seguono costantemente sia in allenamento che in partita. Inoltre, tutta la città segue da vicino i nostri risultati. La più grande aspettativa è plasmare per anni queste squadre e formare giocatori sulla falsa riga degli anni precedenti. Questo è ciò che il club si aspetta da noi. I nostri dirigenti ci offrono tutto ciò che ci serve per lavorare al meglio. Inoltre teniamo frequenti riunioni sul nostro lavoro e parliamo di ciò che dobbiamo migliorare. Abbiamo un rapporto. Il nostro allenatore della Primavera Alberto De Rossi (padre di Daniele De Rossi) è alla Roma da 25 anni, è prezioso anche guardare il suo lavoro e avere le sue opinioni, comunichiamo costantemente. Facciamo un lavoro extra con la linea difensiva o con i singoli giocatori basandoci su scelte che facciamo con cadenza mensile. Ciascuna delle nostre partite viene trasmessa in diretta televisiva. Molti giornali e radio parlano delle nostre partite. La cosa bella è che le critiche che ci vengono mosse sono vere e imparziali.

Quali sono le differenze tra le squadre giovanili in Turchia rispetto a quelle italiane? Cosa cambia in termini di sviluppo dei giocatori?
La differenza più grande è nell’organizzazione. Ogni squadra qui ha il proprio manager. Si occupano di tutto il lavoro fuori dal campo, dai nostri incontri con i calciatori al programma di viaggio: è tutto organizzato. A parte questo, il numero di allenatori negli staff tecnici è anche più alto. Due vice allenatori in ogni squadra, un preparatore, allenatore dei portieri, fisioterapista e medico. Un team del genere si concentra su una sola squadra, il che consente loro di lavorare meglio. Penso che la differenza più importante stia anche negli orari scolastici dei calciatori. Abbiamo la scuola all’interno della struttura e i nostri giocatori studiano qui tra le 9 e le 13, così da poter pranzare all’ora giusta e venire all’allenamento riposati. Tutto è volto a ottimizzare le prestazioni: un atleta deve avere il giusto riposo e la giusta dieta per essere in grado di performare in modo completamente efficiente.

Nella squadra U-15, abbiamo visto i tuoi giocatori correre verso di te dopo i gol. Sei in un altro paese e hai una tale connessione con i giovani stranieri di età compresa tra 13-14-15. Come ci sei riuscito?
Non vedo il calcio come una professione. Sono molto fortunato a poter fare la mia cosa preferita nella vita. Per questo ho sempre visto le mie squadre come la mia famiglia. Penso di far sentire questo ai miei giocatori. Già quando un allenatore si comporta come se non sentisse davvero e dice cose in cui non crede, i giocatori lo sentiranno immediatamente “. Inoltre, come insegnante, prometto sempre ai miei giocatori di fare il miglior lavoro che posso fare per loro. Mi aspetto lo stesso da loro. Tutti, me compreso, dovrebbero dare il cento per cento. Penso che questo legame sia stato stabilito con questo lavoro sincero e devoto.

Il calcio in Italia è unico, così come il linguaggio calcistico. 
Il calcio è lo sport più popolare in Italia. Posso dire che qui c’è anche un vero e proprio dizionario per il calcio. I termini usati non hanno un equivalente in inglese o tedesco. C’è un linguaggio didattico del calcio. Ad esempio, riguardo la difesa, quando si tratta di un cambio di “linea”, devi spiegare la situazione ai tuoi giocatori in tutte le altre lingue. C’è una parola specifica per la maggior parte delle situazioni. I giocatori hanno anche una padronanza del linguaggio del calcio che è cresciuto in questa cultura, anche se ci vuole tempo per abituarsi, i concetti sono usati molto più praticamente sul campo.

Ci sono giovani in Italia che hanno attirato l’attenzione di recente. Tutti mostrano prestazioni eccellenti, soprattutto sotto l’aspetto tattico. Come descriveresti il ​​calcio italiano in questo senso?
Gli allenatori italiani hanno guidato il calcio mondiale nel corso della storia. Qui c’è una grande ricchezza di conoscenze tattiche. Gli allenatori preparano le loro squadre nei minimi dettagli in attacco e difesa e chiedono ai giocatori di aderire a questa disciplina. È più difficile rispetto ad altri Paesi. Questo a volte porta a rallentare il ritmo rispetto al calcio inglese o tedesco. C’è anche una grande flessibilità in termini di formazione. Devi avere un piano che ti permetta di essere anche flessibile nel corso della partita.

Osserviamo alcune tendenze nel calcio mondiale. Il gioco del possesso, la pressione alta nella metà campo avversaria, l’organizzazione palla al piede… Come pensi che il mondo del calcio possa cambiare in tattica in futuro?
Il calcio si gioca sempre più velocemente e le esigenze fisiche sono in costante aumento. Di conseguenza, l’importanza delle transizioni offensive e difensive e di effettuarle per tutto l’arco della partita aumenterà costantemente, così come l’importanza del ritmo, di una elevata fisicità e del miglioramento delle capacità decisionali dei giocatori. Anche i calci piazzati sono ovviamente un fattore decisivo per i risultati delle partite. È un modo pratico, soprattutto per le piccole squadre, per ottenere buoni risultati nei grandi tornei. Lo abbiamo visto grazie agli esempi del Galles e dell’Islanda a Euro 2016.

Chi prendi come esempio personale e quali sono i tuoi obiettivi di carriera nel breve-medio-lungo periodo?
Il mio tecnico preferito è Mourinho, ma personalmente non guardo nessuno, faccio la mia strada. Perché sfortunatamente, non abbiamo un modello di ruolo che segua un percorso simile. Venire all’estero è  difficile, ma è molto più importante riuscire a durare tanto qui. Ho già ricevuto diverse offerte dalla Turkish Super League per fare il tecnico di squadre professioniste, ma in questa fase non ho pensieri di gestire una squadra o tornare in Turchia. A breve e medio termine, voglio lavorare a turno nelle fasce di età U17 e U19. Diventerò un tecnico di prime squadre una volta completato il mio processo di crescita.

Ci sono molti tifosi che sono orgogliosi di te in Turchia. Quale messaggio vuoi trasmettergli?
Vorrei ringraziare tutti gli appassionati di sport che mi hanno trasmesso il loro sostegno e i loro buoni pensieri con i loro messaggi costanti, soprattutto attraverso i social media. Rendono orgogliosi me e la mia famiglia. Sto cercando di essere degno di loro e del mio paese.

 

 

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