Roma, Petrachi è solo l’ultimo: da Sabatini a Monchi, lo show lo fa il ds

Roma, Petrachi è solo l’ultimo: da Sabatini a Monchi, lo show lo fa il ds

La squadra crolla e il direttore sportivo spara a zero. La conferenza di ieri è un triste deja-vù

di Valerio Salviani, @vale_salviani

La squadra arranca, il direttore sportivo si sfoga. Un copione visto più volte a Trigoria. Ieri è stato il turno di Petrachi, che ci ha messo poco più di sette mesi per arrivare al tanto atteso punto di ritrovo. Accuse, parole forti, toni decisi e risentiti. E’ l’eterna sfida del ds di turno vittima degli eventi che se la prende con l’ambiente e non solo. Colpa dei media “che dicono cazzate e calunnie” secondo Petrachi, che ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte. “Con 100 milioni prendo Tizio e Caio, ma c’è un closing in atto – le parole dell’ex Torino -. Difficoltà dettate da un passaggio di proprietà che ancora non è avvenuto. Ho spiegato ai calciatori: potrebbe succedere qualcosa, ma potrebbe anche non succedere nulla. Non pensate che arrivi Paperon de Paperoni e compra chissà chi”. Parole dirette a Houston. Recepite forte e chiaro.

SABATINI – Il primo one man show lo aveva recitato Walter Sabatini. L’uomo mercato più longevo dell’era americana si è più volte preso la scena con frasi diventate memorabilia. Da “Florenzi diventerà Dani Alves” a “Pjanic? Forse neanche lui parte, dipende se riuscirò a compiere una manovra a coda di gatto maculato”, passando per “Mi sento più libero di lavorare senza Baldini al fianco, a tavola non voglio la destra occupata”. Come per Petrachi, è arrivato anche per lui il punto di rottura. Nel caso di Sabatini alla conferenza di addio: “Sono cambiate le regole di ingaggio, il presidente e i suoi collaboratori legittimamente puntano su altre prerogative. Adorano la statistica e stanno cercando un algoritmo vincente. Io vedo un universo intero, per me la palla è qualcos’altro. Il mio calcio non può essere portato alle statistiche”. E ancora: “Io sono un uomo leale che non può fare il massimo in questa situazione, mi è successo un episodio che è stata la causa scatenante di questa mia scelta. Riguarda un giocatore che sta facendo molto bene che ho perso perché mi è mancata l’arroganza la forza e la sicurezza di fare quella operazione e sentendo alle mie spalle tutta una serie di recriminazione, ho perso l’attimo fuggente. Perso questo giocatore ho capito che io non merito più la Roma. Dopo questo episodio ho capito che non devo più essere io il direttore sportivo della Roma”. Visioni diverse, che hanno portato a un addio sofferto, ma con un rancore non eccessivo.

MONCHI – Molto più amara la separazione da Monchi. L’esperienza dello spagnolo si è chiusa con veleni e spaccature profonde, soprattutto per le premesse con cui era cominciata. “La Roma non è un supermercato. Qui non c’è il cartello con scritto ‘si vende’, bensì ‘si vince’” le sue parole nella prima intervista. Tutte frasi che avevano caricato l’ambiente. La semifinale di Champions raggiunta quell’anno è stata poi fumo negli occhi. Appena dieci mesi dopo, è arrivato l’addio (insieme a quello di Di Francesco). Il chiarimento da Monchi è arrivato solo una volta tornato in Spagna: “Sono andato via dalla Roma per una ragione semplice: abbiamo capito che l’idea della proprietà era diversa rispetto alla mia. Il presidente Pallotta pensava che fosse meglio andare a destra, io invece a sinistra”. Poi sulle critiche: “Pensate che abbia venduto Salah perché fossi contento di farlo? Ho dovuto vendere Salah perché in quel momento la Roma ne aveva bisogno, serviva vendere qualche giocatore per i problemi col Fair Play Finanziario”. Nessun passo indietro sull’acquisto di Pastore: “Credo che Pastore ancora possa fare quello che ha dentro di sé. La sua è stata una stagione particolare è vero, con tanti infortuni, ma sono convinto che possa ancora fare la differenza”. Nel frattempo la squadra, affidata a Ranieri, arrancava in campionato e perdeva il treno Champions con danni che si sono riflettuti anche sul lavoro di Petrachi. Corsi e ricorsi storici. E mentre il club oggi già valuta a chi affidare la poltrona, la Roma intesa come squadra passa di nuovo in secondo piano. Tra due giorni la resa dei conti con l’Atalanta. La speranza è che a Trigoria adesso si parli solo questo.

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