Gesta e imprese di Alessandro, il ragazzino nato veterano che da anni rincorre i suoi sogni
Il confine tra follia e genio. Un tratto sottile impercettibile. Difficile capire cosa possa circolare nella testa di un calciatore, quando, poco oltre il centrocampo, praticamente sulla linea del fallo laterale, sceglie di virare sulla soluzione più illogica: il tiro in porta. Questione di attimi. La testa si alza, gli occhi scrutano il portiere (in lontananza) fuori dai pali. Ed ecco che scatta qualcosa. L'inconscio, oppure una lucidità estrema supportata da grosse dosi di fantasia. Nel giro di un soffio, tutto è più bello. Il calcio è goduria, la sensazione è indescrivibile. Non siamo in grado nemmeno di immaginare cosa abbia provato Alessandro Florenzi quando ha visto il pallone scagliato dal suo destro finire in fondo al sacco. Alle spalle di Ter Stegen.
Bocche aperte, occhi spalancati. E non è la prima volta. Chissà cosa passò per la mente di Alessandro, il 2 settembre 2012. Giorno (anzi, sera) del suo primo gol in Serie A. Non in un posto qualunque: San Siro. Non servito da un compagno qualunque: Francesco Totti. Cross delizioso del 10, incornata precisa alle spalle di Handanovic. Roma zemaniana in festa alla Scala del calcio, con quel fanciullo dalla freschezza innata, dall'entusiasmo incontenibile. Eppure, ai tempi della Primavera di Alberto De Rossi, nemmeno era tra i più pubblicizzati. Si parlava tanto di altri, poco di lui. Che pure di quella formazione (campione d'Italia nel 2011) era il capitano. Non piaceva. O comunque non rubava l'occhio. Tanto che persino il buon Luis Enrique, nella prima avventura a stelle e strisce gialle e rosse, decise di puntare su altri "canterani". Viviani, Verre, Caprari, Piscitella. Non su Florenzi, spedito altrove. A Crotone.
Poi l'ascesa. Buona B in Calabria, e Zeman. Che di lui s'innamorò e ne fece un punto fermo. Interno di centrocampo nel 4-3-3. Ruolo perfetto, almeno in teoria. Perché in seguito Ale è diventato l'uomo ovunque, il jolly perfetto, il calciatore buono per tutti i moduli e tutte le posizioni. Non il classico "finto versatile" che finisce in realtà per ammuffire in panchina. No. Florenzi dove lo metti sta e sfiora l'eccellenza. Con Garcia ha fatto bene l'ala ed ora sta facendo bene il terzino. Il Maicon. Non gli importa. Lui corre, va. E' un lucido cacciatore di imprese, un giovane lavoratore di soli 24 anni che è nato veterano, nella testa e nell'anima. Madre Natura non gli ha dato il talento di Messi, ma dei più grandi ha la testa. La voglia incredibile di migliorarsi ogni giorno, di credere che nulla sia utopia. Un gol in rovesciata al Genoa, una prodezza maiconiana al Mapei Stadium, un pirotecnico coast to coast alla Pietro Mennea con tanto di destro formidabile sotto l'incrocio dei pali, sempre contro il Genoa. Ed un gesto tecnico degno di Maradona, contro la squadra-leggenda che fu anche di Diego. Forse è lui, Alessandro, il vero uomo dei sogni. Quello che puntualmente li realizza. Anche quando sembra impossibile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA