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forzaroma news as roma Lucchesi: “I panni sporchi si lavano in famiglia. La Roma ha perso il controllo”

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Lucchesi: “I panni sporchi si lavano in famiglia. La Roma ha perso il controllo”

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L'ex direttore generale: "Parliamo di persone intelligenti ed esperte: se si arriva a parlare pubblicamente, vuol dire che prima si è tentato senza successo di risolvere internamente"
Redazione

La diatriba tra Ranieri e Gasperini ma non solo. Fabrizio Lucchesi, dirigente sportivo ed ex direttore generale della Roma, intervenuto a Centro Suono Sport durante la trasmissione Bar Forza Lupi. Nel suo intervento ha analizzato le tensioni interne al club,  soffermandosi sui meccanismi di gestione tra proprietà, area tecnica e allenatori.

Ci dà la sua lettura di quanto sta avvenendo?

“È una lettura abbastanza semplice. Partiamo dagli effetti e poi dalle cause. Purtroppo l’effetto è che ci va di mezzo la Roma, nel senso del bene comune. Quando si comincia a fare lo scaricabarile sulle responsabilità, si perde serenità, equilibrio e unità d’intenti. Mi auguro che la situazione sia ancora sotto la linea di guardia, che ci sia controllo, perché creare equilibri nelle società è difficile, ma distruggerli è molto facile. Si percepiva da tempo qualche scricchiolio, ma nessuno si aspettava un’uscita così forte. Probabilmente siamo arrivati a un punto quasi di non ritorno, anche se non conosciamo davvero i dettagli. All’inizio sembrava tutto idilliaco, oggi quell’idillio non c’è più. La sensazione è che il problema covasse da tempo. In ogni realtà, familiare o sportiva, ci sono momenti di assestamento, soprattutto con nuove strutture e personalità. Ora la situazione è delicata: quando si arriva a “o io o te”, si perdono risorse importanti. Servono competenze ma anche armonia. Probabilmente interverrà la proprietà per chiarire ruoli e, se necessario, fare scelte anche dolorose.”

Le modalità con cui sono uscite queste tensioni sono state sbagliate?

“Io parto da un principio: i panni sporchi si lavano in famiglia. Forse è un approccio un po’ datato, ma resta valido. Quando i problemi diventano pubblici significa che si è perso il controllo e che la situazione è già molto avanzata. Quando certe cose escono, ricomporle diventa quasi impossibile. Parliamo di persone intelligenti ed esperte: se si arriva a parlare pubblicamente, vuol dire che prima si è tentato senza successo di risolvere internamente.”

Come dovrebbe comportarsi un dirigente se un allenatore critica continuamente il mercato?

“Il ruolo di chi dirige è fondamentale come collegamento tra le parti. Se davvero allenatore e dirigenza si erano scelti, l’equilibrio sembrava garantito. Se oggi il problema è tra loro, significa che qualcosa è cambiato: o non si erano capiti prima, o sono mutate le condizioni. La cosa più probabile è che la società intervenga per arrivare a fine stagione, ricomporre e poi fare chiarezza. Il silenzio della proprietà mi fa pensare proprio a questo.”

Questa proprietà come si comporta in questi casi?

“Non esiste un modello giusto o sbagliato. Questa proprietà ha un modello molto “americano”: delega molto, ma quando interviene lo fa in modo deciso. Dà autonomia, ma se non vengono raggiunti gli obiettivi o manca sintonia, interviene duramente. È già successo in passato.”

È credibile che un dirigente parli senza l’ok della società?

“Di norma no. Nel 99,9% dei casi c’è una linea condivisa. Poi l’autorevolezza di certe figure può portare a maggiore autonomia, ma mi sorprenderebbe una totale libertà su temi così delicati. Più probabilmente c’era un malessere già presente. Che l’intervento sia stato anticipato o concordato, lo sapremo presto, perché la proprietà dovrà esprimersi.”

Come nasce e si gestisce il mercato di una squadra?

“Il mercato non è un supermercato. Non si prende ciò che si vuole senza limiti. Tutte le operazioni sono condivise tra allenatore, direttore e proprietà. L’allenatore partecipa a tutto. Ci possono essere differenze: l’allenatore vuole il giocatore pronto, la società può voler investire su prospetti. All’epoca prendemmo Cassano con l’obiettivo di farlo diventare più forte in 2 anni, non per dare a Capello un giocatore pronto. Ma si tratta di poche operazioni mirate. Il resto nasce da un lavoro collettivo che tiene conto anche degli aspetti economici. Non credo che un allenatore non sia d’accordo sulle scelte: è sempre coinvolto. Poi è chiaro tutti vorrebbero i giocatori più forti, ma bisogna capire cosa si può prendere in base alle proprie risorse. Come veniva gestito all’epoca? Queste sono logiche programmatiche. Noi, ad esempio, anticipammo l’investimento su Batistuta: era previsto per il terzo anno, ma decidemmo di anticiparlo con uno sforzo economico importante. Ci fu una riflessione con il presidente, che capì come una forzatura finanziaria potesse portare benefici immediati. Il punto è proprio questo: conciliare programmazione e risultati nel breve periodo. La nostra idea era costruire per gradi, inserendo ogni anno pochi giocatori su una base già solida. La Roma di partenza aveva già 7-8 elementi importanti, e su quel telaio abbiamo lavorato. Nel primo anno inserimmo giocatori funzionali al sistema di gioco, poi negli anni successivi arrivarono innesti di altissimo livello: non giocatori normali, ma campioni. C’erano ruoli ben definiti: proprietà, allenatore, area tecnica e dirigenza. Ognuno aveva il suo compito, e alla fine le scelte venivano condivise e approvate. Il mio ruolo era coordinare tutto questo processo. Qualche errore c’è sempre, ma quando il lavoro è condiviso si sbaglia meno. Il rischio nasce quando si arriva allo scontro: “il giocatore è bravo ma è allenato male” oppure “il giocatore è scarso”. Lì si rompe tutto. Per evitarlo serve lavoro a più mani, confronto continuo e chiarezza nei ruoli. Noi abbiamo avuto anche la fortuna di avere una proprietà che ci permetteva di lavorare e, se necessario, di sbagliare. Ma abbiamo sbagliato poco. I risultati sono arrivati grazie ai giocatori, ma anche grazie a una struttura solida costruita nel tempo. Tanto che, negli anni successivi, quel patrimonio ha sostenuto il club anche nei momenti più difficili, garantendo continuità attraverso il mercato.”

Ci sono esempi dal passato di dinamiche simili? Capello voleva per forza Davids.

“Sì, anche in passato ci sono stati momenti di tensione. Ad esempio quando un allenatore chiedeva giocatori specifici. Capello era grandissimo perché aveva idee chiarissime. Non chiedeva “un attaccante”, chiedeva esattamente il giocatore: i migliori in assoluto. Durante il nostro periodo ha ottenuto quasi tutto quello che chiedeva, anche perché spesso aveva ragione. Però, per arrivare a quei risultati, non mancavano momenti di frizione: erano funzionali a spingere la società verso determinate scelte. Il problema, però, non è solo individuare il giocatore. C’è la sostenibilità economica, c’è la difficoltà di acquistarlo, convincerlo, chiudere i contratti. Non è un processo semplice né immediato. Capello, nel suo modo molto diretto, diceva semplicemente: “voglio quel giocatore”. E nella maggior parte dei casi veniva accontentato. Quando non succedeva, se ne faceva una ragione”. 

Nella Roma di oggi il problema di fondo è una proprietà che forse non accontenta i suoi allenatori, perché da Mourinho in poi tutti hanno avuto questo tipo di difficoltà.

“Sì, però il problema nasce all’inizio. Bisogna decidere subito cosa si vuole fare da grandi. Perché è chiaro: a tutti piace vedere i grandi giocatori, ma serve una direzione. Se arrivo in una società e mi si dice “vogliamo costruire una squadra da scudetto” e allo stesso tempo “vogliamo portarci in Borsa”, allora devi sapere che stai affrontando due percorsi complessi insieme. Noi siamo riusciti a centrare entrambi gli obiettivi, ma la quotazione in Borsa ha richiesto un cambiamento aziendale enorme: mentalità, cultura, struttura. Abbiamo cambiato molte persone, abbiamo rischiato e sicuramente qualche errore lo abbiamo fatto. Abbiamo dovuto ribaltare la società completamente per portarla a quel livello. E intanto c’era anche da vincere le partite. Vincere i campionati non è semplice: si parla di primeggiare, poi magari arrivi primo, secondo o terzo per un punto. Serve competenza, contesto favorevole e anche una parte di fortuna. Il vero segreto è un altro: catena corta, chiarezza nei ruoli e lavoro condiviso. Poche persone a decidere, ognuno con responsabilità definite. Si sbaglia comunque, ma si sbaglia meno". 

Perché spesso nella Roma si creano questi cortocircuiti tra allenatore e dirigenza?

“Non è facile dirlo. Probabilmente non è stato ancora trovato il modello giusto. Le proprietà moderne sono complesse, spesso meno presenti direttamente, ma questo non significa che siano superficiali. Si tratta di imprenditori molto competenti, che stanno cercando nel tempo il modello più efficace. Il punto è trovarlo il prima possibile. Serve chiarezza, per il bene della Roma e per i professionisti coinvolti, tutti di alto livello”.