La Roma entra in una nuova fase. Lo fa con decisione e con la consapevolezza di chi vuole costruire qualcosa di solido, affidandosi a un’idea chiara e a una guida ben definita. Le parole del comunicato d’addio di Ranieri - “La AS Roma viene prima di tutto” - non sono solo un saluto, ma una traccia: il club viene prima di ogni singolo nome, anche quando questi pesano. In questo scenario, Gasperini diventa il punto di riferimento. Un tecnico che non ha bisogno di presentazioni, per storia, identità e metodo. Schietto, rigoroso, profondo conoscitore del gioco: caratteristiche che la Roma ha spesso avuto a disposizione, ma non sempre saputo mettere a sistema. Oggi però il contesto è diverso, più definito, più coerente. La fiducia rinnovata nei suoi confronti segna un passaggio importante: quello verso una piena responsabilità tecnica, tipica delle grandi squadre.

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Gasperini e la piena fiducia di una big: la Roma non commette l’errore dell’Inter
Perché la Roma, al netto delle difficoltà recenti, resta una big del calcio italiano. E da qui nasce il punto chiave: i giallorossi non hanno scelto di frenare Gasp, né di ridimensionarlo. Al contrario, ha fatto qualcosa che in passato le grandi non avevano fatto con lui, come accadde all’Inter nel 2011: non interrompere il percorso, ma sostenerlo. Per la prima volta una big lo mette davvero al centro, senza condizioni, costruendo attorno a lui un’idea tecnica precisa. E questo cambia la prospettiva. Gasperini non è più solo un allenatore chiamato a incidere, ma il riferimento attorno a cui si struttura il progetto. Le sue parole dopo la vittoria col Bologna parlano di 'responsabilità', ma oggi assumono un peso diverso: quello di una guida. Ora ha in mano le chiavi della Roma. E quelle urla per 90 minuti contro i rossoblù, lo dimostrano più di qualsiasi parola.
L'Inter come inizio, la Roma come fine
—C’è un modo di essere Gasperini che non cambia mai: diretto, spigoloso, impossibile da addomesticare. Non è mai stato l’allenatore della mezza misura, né quello da raccontare con aggettivi comodi. Con lui si prende tutto o non si prende nulla. Il pacchetto completo, nel bene e nel male. La Roma ha scelto di prenderselo tutto. Non di adattarlo, non di smussarlo, ma di accettarlo nella sua interezza, provando a costruire attorno a lui qualcosa che abbia una forma precisa e un tempo lungo. Metterlo al centro non è solo una decisione tecnica: è una dichiarazione di fiducia. Eppure questa storia non nasce oggi. Gasperini, in una grande del calcio italiano, c’era già stato. Solo una volta. Era il 2011, l’Inter reduce dalla vittoria del Mondiale per Club, convinta di poter aprire un nuovo ciclo proprio con lui. Due anni di progetto, almeno sulla carta. Le analogie con il presente iniziano lì, nelle intenzioni. Poi però arrivano le richieste, nette, come sempre: esterni per il suo 3-4-2-1, attaccanti con caratteristiche precise, profili come Tevez.
Ma il mercato non risponde. La rosa resta incompleta, fragile, lontana dalla sua idea di calcio. E lui si ritrova a improvvisare, a forzare equilibri, a piegare uomini fuori ruolo a un sistema che non riconoscono. Il risultato è rapido e spietato: Supercoppa persa contro il Milan, tre sconfitte nelle prime quattro di campionato. Il progetto si spezza subito, troppo presto per diventare davvero progetto. Rescissione consensuale, cambio in panchina(casualità, con Ranieri al suo posto) e l’Inter che volta pagina. Allora fu una scelta chiara: non continuare con Gasperini. La Roma, oggi, sembra aver deciso l’opposto. Non giudicarlo in pochi mesi, non chiedergli di rinnegare ciò che è. Accettare il tempo, accettare il metodo, accettare anche le frizioni. Perché un anno - forse poco più - non basta per costruire un’identità. E questa è la differenza. Gasp non è più un allenatore da provare. È un allenatore da sostenere o da perdere. La Roma ha scelto la prima strada. E per la prima volta una big italiana non ha avuto paura del suo modo di essere.
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