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Mourinho come Capello nel 1999: arbitri, rosa incompleta e speranze

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Oggi i Friedkin fanno scena muta. Capiamo il profilo basso, ma se si vuole seguire quel percorso di costruzione di una Roma vincente ora bisogna fare proprio come Sensi

Francesco Balzani

Polemiche arbitrali, lamentele per una panchina quasi inesistente e promesse per il futuro. Fermi, non stiamo raccontando per l’ennesima volta cosa sta succedendo alla Roma di Mourinho. Perché il nostro racconto è ambientato sempre in inverno ma nel 1999. C’era ancora la lira e in serie A arrivavano ancora i campioni, anzi erano quasi tutti qui. I problemi della Roma erano simili. Non si vinceva uno scudetto da una eternità e per di più la Lazio di Cragnotti sembrava pronta da un momento all’altro a cucirsi il tricolore. Franco Sensi era presidente da 5 stagioni, anni passati a galleggiare con Mazzone, Carlos Bianchi e Zeman. Anni di formazione per una rosa che doveva liberarsi di alcuni pesi del passato e riformare campioni. C’era già Totti, e questo non possiamo trascurarlo.

Panchina corta, arbitri e concorrenza: quante analogie

Nell’estate del 1999 Sensi decide di puntare in alto e convince Fabio Capello a sedere sulla panchina giallorossa. Si sogna, ma poi si guarda il valore delle rose concorrenti: non ci siamo. Lo sa pure Don Fabio che chiede pazienza proprio come Josè, ma nel frattempo si lamenta. Proprio come Josè. Durante un Roma-Udinese sbotta: “Non ho nessuno in panchina”. Lamentandosi per i troppi giovani o mezze cartucce che aveva a disposizione. Nelle conferenze stampa faceva i paragoni con i top club di allora. Stesso copione di Mou. Va detto che oltre a Totti in prima squadra c’erano giocatori che la Roma di oggi si sogna: Cafu, Candela, Aldair e Montella, per citarne qualcuno. Ma va altresì detto che le altre sei sorelle erano molto, molto, molto (abbiamo reso l’idea?) più forti di Inter, Juve o Napoli attuali. Il divario quindi era simile, le promesse di grandezza pure. La piazza però non ne poteva più di aspettare e cominciò a lamentarsi con le prime sconfitte che arrivarono verso fine novembre. Si metteva in dubbio Capello: "Vinceva solo al Milan, è bollito".

Si contestava Sensi, i giocatori, l'ambiente. Il ko a Parma per 2-0 in particolare riporta altri elementi in comune. Perché da settimane Capello si lamentava di tutto: l’erba del campo troppo alta, il vento, il calendario. E gli arbitri ovviamente. “Il Parma ha giocato in 12, l’arbitro Treossi si è cambiato per non confondersi con le maglie”. Vi ricorda qualcuno? La differenza è che prima urlavano pure capitani e presidenti. “Mi viene voglia di smettere dopo certi arbitraggi”, sbottava Totti. “Diamo fastidio, presto capirete perché”, il monito di Sensi. Anche qui analogie con quanto detto ieri da Mou: “Col tempo capirò il perché di certi arbitraggi”. Oggi i Friedkin fanno scena muta. Capiamo il profilo basso, ma se si vuole seguire quel percorso di costruzione di una Roma vincente ora bisogna fare proprio come Sensi. Ascoltare le richieste di Capello, pardon Mourinho. E provare a soddisfarle. Ricorderete, infatti, che a gennaio venne preso Nakata e che quel campionato si chiuse con lo scudetto laziale. Pochi giorni dopo arrivarono Batistuta, Samuel, Emerson e Zebina. E tutto cambiò. Il calcio d’altronde è uno sport semplice: un allenatore forte serve per gestire giocatori forti. Il resto è teoria, fantacalcio, utopia.