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forzaroma news as roma Gasperini: “Roma la sfida più difficile. E quando andrò via avrò una sola certezza”

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Gasperini: “Roma la sfida più difficile. E quando andrò via avrò una sola certezza”

Redazione
L'allenatore della Roma ha incontrato gli studenti della facoltà di Medicina dell'Università Cattolica del Sacro Cuore: "Il vostro obiettivo, come quello delle mie squadre, è migliorare voi stessi"

Gian Piero Gasperini sale in cattedra, in tutti i sensi. L'allenatore della Roma, in piena lotta per la Champions League e già agli ottavi di Europa League, incontra oggi pomeriggio gli studenti della facoltà di Medicina dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Il tema dell'incontro è "Il Coraggio di Sbagliare" e fa parte del ciclo di riunioni intitolato “Oltre la Medicina”. Focus sulla parte sportiva, ma anche suresponsabilità, crescita personale e capacità di affrontare gli errori. Al suo ingresso in aula, ovviamente, è partita la standing ovation degli studenti: "Siamo carichi, andiamo a vincere!", ha detto scherzosamente Gasperini. "Gol? Ero centrocampista, ne facevo pochi, ma calciavo i rigori e questo mi aiutava nei numeri", ha poi aggiunto.

"Vi devo ringraziare per questa possibilità che mi avete dato, di parlare a tanti ragazzi. Io vengo dal mondo dello sport e dell'intrattenimento, ma oggi troveremo dei legami tra il nostro mondo e il vostro, composto da tanti giovani a cui io mi rivolgo molto bene. Perché ho a che fare tanto con giovani della vostra età che hanno sogni e progetti. Nel calcio le cose sono molto compresse, vicine, ma i timori e i sogni, gli scontri, le gare, le partite, lo studio, gli esami, ci sono tante cose che possono collimare e oggi sono qui per portare la mia esperienza nel mondo del calcio che magari può esservi utile per affrontare al meglio le problematiche che vivete".

Quanto è condizionante e importante l'errore e quanto lo è superare l'errore? "Il nostro è uno sport di tecnica imperfetta, imprecisa, errori si fanno in ogni allenamento e partita. Magari un passaggio sbagliato, un tiro fatto male, una situazione di gioco interpretata male. Altri sport hanno una precisione molto più alta. Un velocista che deve fare i 100 metri, è fondamentale come parte, come mette le mani, a volte nel calcio tiri male e fai gol lo stesso. La convivenza con l'errore c'è quotidiniamente, nello sviluppo stesso del gioco. Sull'errore ci passiamo sopra noi, non ci condiziona totalmente. Non è così determinante come nella vita o in altri sport, ma questo ti dà una forza diversa. Dall'errore impari qualcosa, sull'errore ci lavori, per tirare meglio, per scegliere meglio, dribblare meglio, non c'è mai perfezione. Nel calcio non esiste la perfezione, ma questo ci allena a sbagliare. Perché andiamo sull'errore e vogliamo farlo meglio. Ci tempriamo a superare l'errore e andare avanti".

Un consiglio per superare l'errore? "L'aspetto mediatico è quello più pesante. Anche in una prestazione fatta bene, un episodio determinante come l'errore di un portiere o un gol sbagliato fa cambiare totalmente il giudizio della prestazione. Noi più che guardare gli altri dobbiamo guardare noi stessi, se possiamo applicarci di più o fare meglio. Non possiamo fare la corsa sul giudizio esterno, a volte è crudele o esageratamente positivo. Non è mai molto equilibrato, poi c'è il tifo che fa vedere diversamente le cose. Dobbiamo analizzare la nostra capacità, lavorare su noi stessi, è la cosa più importante. Non possiamo pensare al percorso straordinario di un altro, dobbiamo pensare se il nostro percorso ci ha migliorato. Fondamentale in una squadra e nei singoli, ma anche in altri settori. Se pensiamo di essere i medici migliori al mondo c'è sempre un altro più bravo. Se analizziamo la nostra crescita ci dà più sicurezza, fiducia, scaltrezza. La fiducia la ottieni quando ti senti più preparato e più forte. Magari per voi vale quando siete molto preparati su un esame, oppure non lo siete in un altro esame. Ma lo sapete, ne siete consapevoli, ma non potete fare la corsa sul più bravo del corso. Dobbiamo avere sempre l'obiettivo di migliorare noi stessi, superare i nostri record, allora l'errore non più un problema, ma ti aiuta ad andare oltre. Nello sport come nella vita dobbiamo perseguire questo".

Viene trasmesso il discorso di Antetokoumpo. "Questo è lo spirito dello sportivo, delle persone, non è vincente solo chi vince una coppa o alza un trofeo. Ha fatto l'esempio di Michael Jordan, che ha vinto 6 campionati in 15 anni, dicendo che negli altri 9 campionati si è preparato. Con le partite perse, gli esami, gli sono serviti per diventare più forte. Io adotto una frase, non mia, con i miei giocatori: "Noi non perdiamo mai, o vinciamo o impariamo". Dalle sconfitte si impara molto più che dalle vittorie. L'altra sera se fosse finita 3-2 saremmo stati tutti più felici e martedì avremmo ripreso la partita senza vedere gli errori che abbiamo fatto, senza verificare perché abbiamo preso quei gol. Ma la partita era la stessa. L'episodio fa cambiare tutto. La forza è questa, imparare dagli esami andati male, dalle sconfitte. Quando non superate un esame, il problema non è la materia ma siete voi. La materia è sempre quella, non cambia. Ci sono materie che vi piacciono di più, per cui siete più predisposti, e si superano più facilmente. Quando una materia non ti entra in testa, o c'è un avversario che non riesci a battere, un giocatore che ti dà sempre problemi, ma lui è sempre lo stesso. Se non lo superiamo è perché non lo stiamo affrontando nella maniera giusta, dobbiamo lavorare su noi stessi e imparare di più. Questa è una sfida che va oltre il singolo esame e la singola partita. Prende in considerazione cosa vogliamo fare: vogliamo crescere e migliorarci, come squadra vogliamo giocare meglio, fare un sacco di cose. Quando questo diventa la priorità matematicamente abbiamo uno scopo più alto della singola partita. Perché vogliamo diventare più bravi, facendo qualcosa che ci piace. Se io impongo ai miei giocatori qualcosa facciamo fatica. Se dico a un attaccante che deve giocare difensore lo fa ma per poche partite. Devo fargli fare qualcosa nella sua indole. Devi fare qualcosa che ti piace di più, è fondamentale. Vedo gente che fa fatica a fare allenamento, poi magari si allena e fatica per conto suo. Tutti fanno delle attività sportive incredibili, perché gli piace. Alla base ci deve essere fare qualcosa che ti piace, in cui credi, in cui puoi migliorare e raggiungere obiettivi migliori su te stesso, non rispetto al mondo. Perché uno vince la Champions, gli altri hanno fallito? Gli errori tecnici li superi allenandoti, studi di più. Ci sono errori di scelta, ma ci sono anche dei periodi, in cui magari non fai una buona lezione. Ma sono errori accettabili, ce ne sono però alcuni non accettabili, quelli di comportamento e atteggiamento. Se questi condizionano la squadra allora andiamo in contrasto. Dobbiamo cercare sempre il bicchiere mezzo pieno, a quel punto ti diventa più facile battere l'avversario".

Come si coniuga tutto questo col risultato? "L'attività sportiva è necessaria alla propria persona. Con lo sport si impara a perdere, nello sport si perde, anche i più grandi. Da piccolino per mamma sei il più bravo, poi ti scontri con gli altri nella vita. Ma fa parte della vita il confronto, quando ti scontri con degli avversari devi mettere in preventivo che puoi perdere. Ma non è un fallimento. Il fallimento è quando l'atteggiamento è sbagliato, non quando fai degli errori. Quando fai un esame o una gara con l'atteggiamento sbagliato. Quando ti prepari sei con la coscienza a posto, hai fatto del tuo meglio per affrontare una gara. Se non ci sono riuscito mi ripresento più forte e riparto più forte, non deve abbattermi. Una cosa è fondamentale: eliminare la cultura degli alibi. Gli alibi non esistono, può capitare l'arbitro che dà un rigore contro, che fa caldo, che piove, analizzi tutto. Sono tutte componenti che hanno determinato quella partita, ma poi cancelli togliendo gli alibi e riparti da te stesso. La cosa più importante è lavorare su di voi, con coraggio e fiducia. Non è tanto giusto 'il coraggio di sbagliare', ci vuole il coraggio di fare, di non stare fermi, avere la forza di ripartire ogni volta".

Cosa dice a un giocatore che ha paura di sbagliare di nuovo? A noi cosa direbbe per incoraggiarci dopo un fallimento per non scappare? "Il fallimento non esiste, esistono degli errori. Si riparte guardando avanti. Quando vinciamo delle gare non andiamo a rivederle, siamo contenti, passiamo a quella successiva. La forza di guardare avanti, è la vita, fatta di cicli e momenti. In ogni momento la forza è guardare avanti, superare le difficoltà. Se vinci una partita con poco rischio ti dà poca soddisfazione. Questo dobbiamo cercare, non possiamo fermarci su una sconfitta o un esame andato male. Impariamo dalla sconfitta, la parte motivazionale è fondamentale. Siete giovani e avete questa forza, deve venire fuori questa convinzione, è una caratteristica dei giovani forti che guardano al futuro".

Come si gestisce invece chi è in stato di grazia, ha successo e gli va tutto bene? "Quando hai uno stato d'animo positivo ti riesce più facile, ma anche i migliori goleador hanno avuto periodi difficili. Prima o poi arrivano. L'euforia a volte dà un po' alla testa, è una cosa da gestire come quando va male, ma viviamo di queste pressioni. Sono fondamentali anche quelli che avete intorno, gli amici, la famiglia, con chi scambiate opinioni e idee. Vero che gli esami li date singolarmente ma vivete come una squadra, vi confrontate tra voi. Più la squadra è forte e di carattere più vi sentite forti voi. Ma i giovani in questo sono molto forti. E fanno molto più squadra di noi adulti".

Michael Jordan diceva che i grandi giocatori vincono le partite, le grandi squadre i campionati. "Non si vince se non hai la squadra forte. Poi emergono i singoli, tanti giocatori hanno reso diversamente in altre squadre".

Il caso Ilicic e l'aspetto psicologico. "Il caso Ilicic era dopo il Covid, era una patologia, è diverso dall'errore e da questo. Si parla di aspetti psicologici, poi l'errore può interpretare le cose in maniera diversa. Nel mio mondo c'è un modo più attento alla psicologia, ma io rimango al 105 per 68, il campo. Non vado a rimboccare le coperte o chiamo troppo i giocatori. Non so cosa fanno i giocatori fuori dal campo, se hanno una delusione amorosa, hanno litigato con qualcuno, non posso occuparmi di tutto. Io mi occupo del campo e mi limito a quanto è riferito alla nostra professione. Nello sport non c'è fallimento. Ci sono errori, non c'è sconfitta. Ci sono gare, prestazioni, lo sentirete anche da Federer. Noi abbiamo preso da esempio alcuni dei migliori atleti al mondo, la sconfitta non ti deve buttare in prostrazione. Si perde e si vince. Non si trionfa senza pericolo, non si fa niente di importante con poco rischio. Se vuoi fare qualcosa di importante devi rischiare. Questa è la spinta, soprattutto in una facoltà determinante come la vostra. Io parlo di calcio, voi salvate vite, che è una cosa maggiore e più alta. La vostra determinazione è ancora più forte. Noi facciamo intrattenimento, voi siete al top. La sconfitta è quando molli".

Poi è il momento della proiezione di un discorso di Federer. "Non esiste la perfezione, bisogna inseguire l'eccellenza. Se seguiremo la perfezione saremo costantemente delusi. Non vi fate condizionare se dicono che sei un perdente se non hai vinto. I perdenti sono quelli che mollano, che non rincorrono il miglioramento di se stessi. Fate sempre la corsa su voi stessi e questo vi permetterà di essere sempre forti, inseguendo al meglio i traguardi. Quello che dice Federer è fantastico, ha perso la metà dei punti ed è il migliore. Vuol dire la capacità di fare i punti decisivi. Quando fate gare o esami, più giochi contro un avversario forte più hai paura di non vincere, ma la forza è quella. Nelle cose più difficili i giocatori più importanti riescono a trasformare la paura in aggressitività sportiva, nei punti decisivi, al match point tirano fuori l'aggressività necessaria per non perdere. Questa capacità reattiva distingue i livelli di prestazione. Questo è un elemento di distinzione. Nella difficoltà esci più forte, più preparato, più carico se non ti inibisci. Ci sono traguardi che sono la partita singola, ma è un gioco finito. Io do il massimo in quella partita perché è un avversario particolare, un derby o un grande rivale. Ma è un gioco piccolo, quello grande è sul tuo futuro, sulla stagione. Se segui questo non te ne frega niente del resto, non leggi le critiche, perché c'è un traguardo più alto. Ed è quello di diventare più forte".

I giovani italiani che non emergono dipende dai mister che hanno paura di sbagliare? "Sono situazioni diverse. La Spagna ha rispettato la sua razza, non ha inseguito situazioni fisiche. Non tutti devono essere alti 1 e 90 per giocare a calcio. La razza mediterranea è come la nostra, possono giocare quelli alti 1 e 65 che sono anche più abili. E si sono fondati sulla tecnica, la qualità, l'estro, tipici della loro cultura e hanno ottenuto grandi risultati. Altri come la Norvegia sono stati straordinari, in un paese di pochi milioni di abitanti, prima ci battevano solo a hockey forse e ora anche su tutto il resto. Per loro la cultura dello sport è come imparare la storia, l'italiano, la geografia, anzi lo fanno di più perché lo sport fortifica la mente. Sono fortissimi in tutti gli sport. Noi siamo appassionati di sport, ma non è una materia che fa parte di noi, anche se i medici ci dicono di fare attività per stare meglio. Non è facile, è una questione culturale. Noi deleghiamo i nostri bambini alle scuole calcio, le famiglie fanno enormi sacrifici per farli giocare quei 45 minuti, ma mi sembra più un parcheggio per tenerli tranquilli che altro. Non abbiamo il pensiero che lo sport ti forma fisicamente e mentalmente, ti permette di affrontare le sconfitte. Siamo una popolazione molto appassionata di sport, abbiamo grandi potenzialità ma non è nella nostra cultura questo, e allora siamo bassi in altri sport. Nel tennis e negli altri sport, anche individuali, si è lavorato meglio. Nel calcio siamo in difficoltà. Anche nel volley studiano molto, sono iscritti all'università. Sono forti fisicamente sì, ma lo sono mentalmente. E sono convinto che parta tutto dalla centralina piuttosto che dal quadricipite e dai muscoli".

Lei si è rimproverato di non essere stato se stesso all'Inter, ma è stata la scintilla che l'ha portata a fare tutto quello che ha fatto a Bergamo. "Non si può mai sapere cosa succede nella vita. Ho avuto un percorso in ascesa e poi una caduta clamorosa, o almeno sembrava. Si è rivelata una opportunità incredibile. Se io avessi fatto una stagione normale magari non sarebbe nato tutto questo. A volte è complicato prevedere. Poi io sono durato pochissimo, tre partite, è stato veramente clamoroso, anche perché sono arrivato con un percorso molto positivo. Col senno di poi mi sarei comportato diversamente magari, ma alla fine dico che è andata bene così, perché da lì è nato tutto il resto. Per tanto tempo ho pensato di non poter tornare in una squadra top, ma me la sono costruita. Dal Genoa, poi l'Atalanta raggiungendo dei risultati che se fossi rimasto all'Inter magari sarebbe andata diversamente. Perciò è importante che anche dalle situazioni negative riesci a prendere l'esperienza per ripartire. Per quello vi dico che nelle difficoltà, non quelle di Ilicic, di una sconfitta, avete dei traguardi molto più belli e grandi da raggiungere".

Tanti giocatori senza di lei sono calati molto: cosa la rende Gasperini e cosa ha pensa di avere di diverso rispetto ad altri? "Io ho avuto la fortuna di cominciare dal settore giovanile. La prima squadra che ho allenato erano bambini di 11 anni, ogni anno crescevo. Poi ho fatto cinque anni di Primavera, è stata una formazione incredibile, perché mi ha abituato a guardare questi ragazzini nella prospettiva, guardare che evoluzione posso avere fisicamente, caratterialmente, come fiducia. La chiave maggiore per ottenere qualcosa sta nella fiducia, l'ho sperimentato poi. Ma la fiducia non è gratis. Parte magari da richiami, più che altro sugli atteggiamenti, ma anche da qualcosa di severo. Le scuole di chi ha avuto successo non sono state facili, non c'era il 6. Si faceva agonismo ad alti livelli, erano ragazzi selezionati con certi obiettivi, con una scuola dura, per superare delle prestazioni di livelli alti. Su questo si è innescata la fiducia, è fondamentale. Per incidere su dei ragazzi dicevo che io avevo più fiducia in loro di quanta ne avevano loro stessi. Perché se io gli chiedevo certe cose contro certi avversari e vedevo una mancanza di fiducia gli dicevo 'Guarda che sei tu che non ci credi'. Questo è uno stimolo forte. Poi c'è la squadra. Chi non è riuscito a ripetersi è anche perché magari in quel momento non hanno trovato chi li ha fatti sentire importanti come erano magari al Genoa, all'Atalanta e alla Roma. Essere alla Roma è una cosa che deve darti grande fiducia e coraggio, non puoi permetterti di avere timore. Possiano perdere partite, contro avversari più o meno forti, ma non possiamo mai perdere queste caratteristiche, bisogna dare sempre il meglio. Questo l'ho coltivato dal settore giovanile che è stata una palestra enorme".

Basta studiare per fare i medici o i calciatori o serve una predisposizione? "A certi livelli bisogna avere predisposizione. Evidente che non tutti possono arrivare in Serie A. Non facciamo gli assistenti sociali, facciamo agonismo, quindi sono selezionati. Poi c'è chi fa lo sport per tutti, ma se giochi in Serie A devi essere predisposto e selezionato. Ho visto ragazzi di grande talento che nei settori giovanili sembravano destinati a carriere fantastiche ma si sono persi e non sono arrivati neanche nelle categorie medie. Bisogna allenarsi per migliorarsi. Poi ci sono squadre che hanno vinto allenandosi poco, ma è come affronti la professione. Io la interpreto con la crescita attraverso l'allenamento. Ora c'è un livello esasperato e c'è anche una grande professionalità, altrimenti fai fatica a reggere certi livelli".

Viene trasmesso il video di Eileen Gu. "Gli hanno chiesto se ha perso due ori. Lei è quella che ha vinto più medaglie di tutti al mondo, ha vinto due argenti e gli dice che non ha mai sciato così bene, che vincere due medaglie è straordinario. È un messaggio incredibile".

Perché ha avuto il bisogno e la voglia di abbandonare la 'comfort zone' dell'Atalanta per arrivare alla Roma? "Ho avuto voglia di mettermi in gioco e andare in quella che tutti indicavano come la piazza più difficile. Se fai bene qui la gratificazione è più alta, il livello di rischio era il più alto. Vengo qui perché voglio fare bene qui. Questo mi ha mosso. È una sfida, si vive di sfide, sicuramente quando uscirò da questa sfida avrò una certezza, di aver dato il massimo e questo è qualcosa che vale più di tutto".

Che messaggio vorrebbe lasciare oggi? "Il messaggio è molto chiaro. Se sono venuto, e vi ringrazio, è per portare questo messaggio. Voi siete tutti forti! Siete tutti giovani con un futuro davanti, da non limitarvi a un episodio anche sfortunato o negativo. Voi rappresentate il futuro per questa nazione. Il messaggio è questo, che è quello che voglio trasmettere alle mie squadre. Si basa sulla fiducia, il coraggio e 'dajeeee dajeeee'!!"