Fonseca, la simpatia non basta: media horror e paura delle big. Così non va

Fonseca, la simpatia non basta: media horror e paura delle big. Così non va

Il portoghese ha la peggiore media punti al primo anno delle ultime sette stagioni. Non ha mai battuto una squadra che precede la Roma in classifica e non ha valorizzato i giovani

di Francesco Balzani, @FrancescoBalza8

Avanti un altro, come si dice in un noto programma tv. E non perché siamo già arrivati ai saluti (anche se i precedenti invitano alla prudenza), ma perché al banco degli imputati ora non può sottrarsi più nemmeno Paulo Fonseca. Il portoghese venuto dall’Est che col suo ciuffo e i suoi modi duri ma gentili aveva conquistato gran parte del tifo romanista. Fonseca è uno che parla chiaro, che trasmette empatia e che raramente cerca alibi. E questo gli va riconosciuto. Ma il suo gioco di chiaro ha molto poco. Almeno in Italia. Lo dimostrano le prestazioni di questo orribile 2020, e lo confermano i dati. Il portoghese ha la peggiore media punti al primo anno di un allenatore delle ultime 7 stagioni. E quindi dall’esonero di Zeman. La media recita 1,71 punti a partita contro il 2,3 di Spalletti, il 2,2 di Garcia, il 2 di Di Francesco e l’1,83 di Ranieri. Peggio aveva fatto Luis Enrique (1,57) e appunto Zeman (1,47) che però si era fermato alla 23esima giornata. Numeri da sesto-settimo posto. Numeri che evidenziano il declassamento della Roma e che cozzano con le belle speranze di Paulo. Va detto che a Fonseca va riconosciuto il coraggio (o l’incoscienza?) di accettare una panchina bollente in un contesto di rivoluzione permanente che di certo non aiuta il lavoro di un allenatore. Lo sapevano Conte, Gasperini, addirittura De Zerbi che hanno gentilmente declinato l’invito della Roma. Forse non lo sapeva Fonseca che viveva quasi in un altro continente e che aveva una gran voglio di tornare nell’Europa calcistica che conta.

L’allarme di Petrachi

 

Dei tanti concetti messi sotto i riflettori dopo l’intervista a Sky di Petrachi ce ne è uno che oggi risulta preoccupante. “Fonseca è preparato e capace, una persona di spessore, intelligente oltre la normalità – ha detto Petrachi -, ma è entrato nel campionato italiano e devo aiutarlo a capire le caratteristiche della Serie A. Se questo avviene anche con dei confronti forti ben venga”. Peccato che poi è arrivata la sospensione. Ma il messaggio è chiaro: Fonseca non è ancora pronto per il calcio italiano. E i mancati progressi del suo 4-2-3-1 che doveva dominare gli avversari sembrano dare ragione a Petrachi. Il ds salentino d’altronde aveva optato per soluzioni più nostrane, e più vicine alla sua visione del calcio come era Conte e come poteva essere Gattuso. Poi è arrivato Baldini

LaPresse

Sudditanza delle big

 

C’è un dato che più di altri evidenzia le difficoltà di Fonseca nelle arrampicate difficili. Mai la sua Roma ha sconfitto una squadra che la precedeva in classifica. Né la Juventus (battibile) di questa stagione, né la Lazio di Lotito e tantomeno l’Atalanta di Gasp. C’è ancora una chance con l’Inter tra qualche giornata, ma è l’ultima di una stagione che ha visto la Roma vincere un solo presunto big match: quello all’andata contro un Napoli a pezzi e in subbuglio. Anche in Europa League l’esame più grande (Siviglia) deve ancora arrivare dopo un girone morbido e i sedicesimi con il Gent. Fin qui agli appuntamenti importanti Fonseca ha balbettato. In Ucraina d’altronde il suo Shakhtar era di gran lunga la squadra più forte del campionato.

E i giovani?

Ricordate slogan e titolo di un anno fa? Il progetto verde, il piano giovani, la Roma delle belle speranze. Oggi, anche a causa delle ristrette capacità economiche, si è invertita la rotta. Si punta su giocatori esperti, possibilmente a parametro zero. Va detto che l’esperimento funziona a metà considerate le condizioni di alcuni over 30 della Roma come Pastore, Perotti, lo stesso Mkhitaryan. E i giovani? Fonseca non ne ha valorizzato mezzo in questo suo primo anno romano. Quelli della Primavera non sono minimamente presi in considerazione, quelli della rosa non riescono ad emergere completamente: da Under a Kluivert passando per Villar, Perez, Mancini e lo stesso Pellegrini. Zaniolo, per ovvie e innate ragioni, non fa testo come non faceva testo Totti ai tempi di Carlos Bianchi. La valorizzazione della rosa tanto cara alla dirigenza ha subito una battuta d’arresto. Forse, però, anche perché il materiale a disposizione di Fonseca non è che sia di primissima fattura.

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