Fuori dalle coppe, a distanza dalla zona Champions, con equivoci di mercato e difetti di comunicazione. La Roma americana è ricaduta nei soliti tombini. Eppure il tragitto è sempre lo stesso. Cambiano uomini, parole, progetti, slogan. Il risultato è sempre quello di essere incompiuti e di veder godere gli altri. Basti pensare che il Bologna negli ultimi 8 anni ha giocato più gare di Champions della Roma. Ora sul banco degli imputati finisce anche Gasperini, che avrà indubbiamente le sue colpe. Ma il giochino è noto: paga l'allenatore. E' stato così per Mourinho e De Rossi, forse sarà così anche per Gasp. Ma far finta di non conoscere i personaggi è un errore dilettantistico a cui non possiamo credere. Prendere Mou e poi stupirsi se si scaglia contro il sistema è ingenuo, far firmare un triennale a un giovane come Daniele e non pensare che possa sbagliare una o due partite è ridicolo, prendere Gasperini e pensare che non pretenda un mercato offensivo da top è quantomeno grottesco. In questa stagione tutti avevamo pensato di dormire sonni più sereni. "C'è Ranieri che fa da garante, ora siamo al sicuro". Invece la delusione è stata doppia. Sir Claudio, a cui dobbiamo sempre dire grazie per l'aiuto prestato da allenatore, ha sbagliato tanto. Il supporto per Gasperini è stato quantomeno tenuto segreto, ma ventate (non spifferi) da Trigoria dicono che non ci sia proprio stato. Soprattutto in quei momenti di tensione su un mercato che oggi vede solo due acquisti davvero promossi: Wesley e Malen.

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Roma, la solita resa dei conti e una mediocrità che è diventata abitudine
Uno lo ha preteso Gasp, l'altro è arrivato con l'intercessione di Friedkin. Il resto è stato tutto sbagliato. Gasperini all'Atalanta aveva 7 attaccanti di valore da far ruotare, oggi alla Roma ne ha a malapena due a disposizione. Chiedergli di adattarsi ad altro è un'utopia, appunto. Perché a quasi 70 anni i pregi e i difetti del tecnico li conoscono anche gli addetti ai lavori della pallavolo, figuriamoci Ranieri o Massara. L'altro grande errore è stato sulla gestione delle questioni mediche: il caso Dybala (ma anche quello Ferguson e Soulè volendo) sta pesando come un macigno sulla stagione. Ma alimentare faide porta a poco, se non a gettare benzina su un fuoco che sta per divampare. Il problema è sempre a monte: la gestione americana. Quel modo naif di gestire da lontano non un'azienda o una squadra, ma una città così complessa e che meriterebbe tanto di più. I Friedkin vanno ringraziati per i soldi investiti (soprattutto a coprire le falle di bilancio), per il progetto stadio, per i sold out e per il marchio. Ma a livello pratico, di gestione sportiva, la Roma ha centrato un obiettivo deprimente: l'abbassamento dell'asticella, quasi fino a toccare terra. Un ottavo di Europa League col Bologna viene vissuto come sfida decisiva, come battaglia epocale. Un quinto posto quasi un obiettivo da festeggiare ("Ma ndo annamo in Champions", è il pensiero comune), l'acquisto di uno sconosciuto viene sempre idolatrato come intuizione. E chi si azzarda a criticare viene tacciato di essere "disfattista" nel migliore dei casi. A marzo, siano maledette le idi cesariane, ci si ritrova sempre allo stesso punto. Quello della resa dei conti, quella del "cacciamo questo o cacciamo quello". Sulle radio spopola la canzone "che fastidio". Ecco la sensazione è proprio quella. Ma in fondo in Texas importa poco. Si troveranno nuovi slogan, nuovi personaggi, nuove mosse popolari a calmare una piazza che - ci dispiace dirlo - si sta abituando alla mediocrità e che ieri quasi è stata rimproverata per qualche fischio fisiologico. Wilde scriveva “L'indifferenza è la vendetta che il mondo si prende sui mediocri". Ecco sarebbe anche ora di mostrare un po' di sana indifferenza.
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