Totti in continua evoluzione

di Redazione, @forzaroma

(di Alessio Nardo) Parlare di lui è come parlare del Colosseo. Difficile, se non impossibile, trovare nuovi aggettivi per descriverne fascino, classe, imponenza, bellezza. Francesco Totti è questo. Un pregiato monumento da gustare a bocca aperta, ogni qual volta si ha la fortuna di ammirarlo. Forte, spavaldo, infinito. In pochi, solo tre o quattro stagioni fa, avrebbero pensato di vederlo ancora lì, a 36 anni. Protagonista assoluto.

 

Totti è tutto. Non solo il simbolo di una squadra e di una città, ma anche esempio di professionalità, dedizione, longevità. Doti che lo portano, alla sua età, ad essere ancora un pilastro della Roma. E non per grazia ricevuta o doverosa gratitudine. Ma perché di fatto è ancora uno dei più forti e decisivi calciatori del campionato. Mai di troppo, mai un ingombro, anche in virtù di un eclettismo invidiabile. Dal ’93 ad oggi, Totti si è sempre evoluto, adattandosi ad ogni sistema di gioco, trovando sempre il giusto ruolo. I primi passi ai tempi di Boskov e soprattutto Mazzone, diedero l’idea del classico diamante da sgrezzare. Baby fuoriclasse dal potenziale immenso, ma dalla collocazione tattica indefinita. Fantasista? Seconda punta? Centrocampista avanzato? Il primo a far chiarezza fu Zdenek Zeman.

 

Se Mazzone si rivelò importantissimo per la crescita umana di Francesco, il boemo (tra il 1997 e il 1999) fu determinante nel dare identità e sostanza al Totti giocatore. Esterno sinistro nel 4-3-3, con possibilità di svariare e divertirsi nel “doppio mestiere” di assist-man e goleador. Dal ’99, sotto la guida di Capello, la definitiva consacrazione. Il mister del terzo tricolore sperimentò il Capitano in molti ruoli. In primis, trequartista. Dietro due a scelta tra Delvecchio, Montella e (dal 2000) Batistuta. Tra il 2001 e il 2002, Totti giocò più da seconda punta effettiva nel 3-5-2, sino a divenire gradualmente, dal 2003, un vero centravanti. Con l’addio di Bati ed il declino di Montella, il posto da titolare finì a Cassano. Il quale, con il numero 10, compose un tandem straordinario. Qualità, giocate maestose, intesa magica sul campo e fuori. Nel suo primo vero campionato da punta pura (2003-2004), Francesco realizzò 20 gol (gli stessi di Batistuta nell’anno dello scudetto) giungendo terzo in classifica marcatori dietro Shevchenko e Gilardino.

 

Con Delneri, Totti tornò di fatto fantasista, nel tridente con Cassano ed il rispolverato Montella. Poi Spalletti, nuovi orizzonti inesplorati. Ennesima crescita. Il tecnico di Certaldo impostò inizialmente il suo 4-2-3-1 con Mancini e Taddei esterni, un trequartista (Totti) ed un attaccante (Montella). I guai fisici di Vincenzino, i problemi contrattuali di Cassano (ceduto di lì a breve al Real) ed il rendimento deludente del neoacquisto Nonda, convinsero (o costrinsero…) Spalletti a farsi venire qualche idea. E in una gelida sera genovese (Samp-Roma 1-1 del 18 dicembre 2005) avvenne la magia, l’esperimento vincente. Totti centravanti con Perrotta reinventato trequartista. Combinazione perfetta, l’alba di un periodo d’oro: tre coppe alzate al cielo, uno scudetto sfiorato, due qualificazioni consecutive ai quarti di finale di Champions. Francesco? Super. Dopo aver smaltito i postumi del primo grave infortunio della sua carriera (frattura della caviglia sinistra contro l’Empoli, il 19 febbraio 2006), vinse il mondiale in Germania (un gol decisivo e tre assist), e, nella stagione successiva, conquistò la preziosa accoppiata classifica cannonieri-Scarpa d’oro. Frutto di 26 gol in campionato (32 stagionali), suo record personale.

 

Il Capitano s’innamorò del ruolo di prima punta. L’area, il profumo della porta, il gol, i record individuali e l’estrema funzionalità del gioco di Spalletti, in cui egli riusciva, pur giocando da riferimento avanzato, a mascherarsi da rifinitore e spedire al tiro i vari Mancini, Taddei e Perrotta. Nel 2009 arrivò Ranieri e le cose, sul piano tattico, cambiarono di nuovo. Totti rimase punta avanzata nel 4-3-3 con Ménez e Vucinic ai suoi lati. Ma la filosofia ranieriana richiedeva metodi diversi, più “classici”. Manovra meno frenetica e spettacolare, maggiormente votata al cinismo e alla concretezza. L’identikit del centravanti ideale di Ranieri era differente. Pedina fisica, robusta, forte di testa. Furono acquistati prima Toni, poi Borriello, persino Adriano. Totti perse verve, a restituirgliela fu l’arrivo di Montella, nel febbraio 2011. Ritorno all’antico: 4-2-3-1, 11 gol negli ultimi tre mesi di stagione. Non male.

 

Infine, l’ultimo biennio. Con Luis Enrique si passò al “calcio spagnolo” d’ispirazione catalana e barcelonista. Nel modulo proposto dall’asturiano, l’impressione iniziale fu che Totti agisse da prima punta. In realtà, i compiti di Francesco erano altri. Arretrare e collaborare al possesso palla, invitando i due presunti esterni offensivi a penetrare in area. In pratica, un 4-3-1-2. Inizialmente, Francesco sembrò non gradire il ritorno all’antico (lontano dalla porta e dal gol), ma pian piano, riabituandosi, tornò anche a divertirsi, disputando alcune ottime partite, pur in una Roma deludente, soltanto settima a fine stagione. Resta il dato emblematico: soli otto gol in campionato. Mai così pochi dal 2002. E con il ritorno di Zeman? Altro equivoco. Il boemo imposta il suo proverbiale 4-3-3 con Totti esterno sinistro, come quindici anni fa. Un’utopia? Apparentemente sì. E infatti, dopo la prima giornata (Roma-Catania 2-2, Francesco sconfinato sulla fascia, prestazione mediocre), avviene il compromesso. Tecnico e giocatore si parlano, e da San Siro (gara con l’Inter del 2 settembre), Totti inizia a giocare in modo diverso. Svaria, si accentra, comanda il gioco. Torna a dominare, da regista avanzato. Guidando i giovani, sciorinando classe e talento ogni domenica, a 36 anni suonati. L’evoluzione prosegue. Passano gli anni, lui è sempre lì. Con un vestito nuovo e la stessa efficienza di sempre. Chissà che a 40 anni, magari, non si scopra regista o difensore centrale. Le vie di Totti, com’è noto, sono infinite.

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