Addio a nonna Valeria:105 anni di cui 85 con la Roma nel cuore

di Redazione, @forzaroma

(Ilmessaggero.it – L.De Bartolo) È stata la prima a varcare la soglia del Motovelodromo Appio, quel 25 settembre del 1927. Seduta sui gradini col suo biglietto numero 1 stretto tra le dita, l’entusiasmo dei vent’anni, aspettava conemozione il fischio d’inizio. Una partita di pallone non l’aveva vista mai.

Quella poi, era una partita davvero speciale. Dalla fusione di tre società capitoline era da poco nata l’AS Roma, e quel giorno, contro il Livorno, faceva il suo esordio ufficiale. Due a zero, gol di Ziroli e Fasanelli, e questa giovane, elegante ragazza scatta in piedi con foga, le braccia alzate, è l’inizio della passione di una vita.

 

Se n’è andata martedì, Valeria Folcarelli, 105 anni di cui 85 con la Roma nel cuore, la primissima tifosa giallorossa. Lucida fino all’ultimo, sempre informatissima sulla sua squadra. Cinque anni fa il ricovero alla clinica San Raffaele di Rocca di Papa. Aveva da poco festeggiato il suo centesimo compleanno nella sua casa di Torre Maura, quando aveva cucinato bucatini per 300 persone e aveva cantato sulle note di «Grazie Roma», come tante volte allo stadio, dopo ogni vittoria, dopo ogni 90 minuti di batticuore.
Perché la signora Valeria era una tifosa passionale, il calcio lo viveva intensamente, con lacrime e sorrisi, quell’entusiasmo che talvolta va incontro a grandi delusioni. Come dopo quella maledetta finale di Coppa dei Campioni, era il 1984, contro il Liverpool. Un pareggio, poi i rigori, infine il sogno che s’infrange: «Non la smetteva più di piangere – racconta il figlio Vincenzo Anolfi, classe 1953 – Era disperata, e non potevo consolarla, veniva da piangere anche a me». Reazioni forti, comprensibili solo a chi le prova a sua volta.

 

«Era una donna speciale, un carattere di ferro ma capace di grandi slanci e affetto. Ha sacrificato tutto per i figli, l’unica cosa che si concedeva era questa folle passione per la Magica». Sorride il figlio Vincenzo, mentre descrive sua madre, l’amore negli occhi. Ed era davvero speciale, se quello che poi divenne suo marito, per lei lasciò tutto, gli studi e l’affetto di una famiglia.

 

Rampollo della casata nobiliare degli Anolfi lui, bellissima e di umili origini lei: «C’era un ricevimento dal principe Borghese alla residenza San Martino, vicino Latina – spiega – Mia madre era di quelle parti, e quel giorno aiutava al guardaroba. Quando mio padre, Otello Anolfi, l’ha vista, 17 anni lei, 19 lui, è rimasto folgorato, ha deciso che quella sarebbe stata la donna della sua vita».

 

Un matrimonio d’amore e undici figli, di cui quattro morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Una storia d’affetto e di dolore, in quegli anni così duri per il nostro paese. E una grande passione condivisa, quella per la Roma.
Fu proprio il compagno di una vita, a portarla allo stadio quel 25 settembre del 1927: «Mamma mi disse tornò esaltata da quella partita – racconta con tenerezza Vincenzo Anolfi – ma era triste, perché sui gradoni del Velodromo Appio le si era sporcata tutta la gonna. Allora mio padre iniziò a portare sempre con sé un lenzuolo, per farcela sedere sopra». Nel 1963, Otello Anolfi muore in un incidente sul lavoro, e Valeria smette di andare allo stadio, troppi i ricordi in quel luogo tanto caro. Ma la testa andava sempre alla Roma, nonostante la lontananza ogni partita era un’emozione, finché una domenica del 1977, a mezz’ora dal fischio d’inizio si gira verso il figlio e gli dice: «Vincè, annamo allo stadio».

 

«Era una donna molto impulsiva – ricorda il figlio – come quella volta che incontrò Ciccio Cordova, gli si avvicinò ma lui fu scostante. Allora lei gli disse Ma guarda ‘sto maleducato, ah Ciccio, vattene a gioca’ alla Lazio. E dopo due anni ci andò davvero».

E poi lo scudetto del 1983, quando a 76 anni volle essere portata in macchina dal figlio Vincenzo al Circo Massimo, e poi in giro per i quartieri giallorossi, Trastevere, Testaccio. Lei che era di Latina ma amava Roma e la Roma più di ogni altra cosa. Un amore che l’ha accompagnata anche negli anni più duri, gli ultimi, durante il ricovero: «I medici la stuzzicavano, Guarda che sono della Lazio – rammenta Vincenzo, stavolta con la voce che gli trema dall’emozione – e lei, pronta, Allora da te non voglio essere curata. I ragazzini si divertivano a chiederle i risultati delle partite più improbabili e lei, sempre lucida, li stupiva con i suoi ricordi puntualissimi».

Come quando venne a trovarla Amedeo Amadei, la signora Valeria aveva 103 anni: «Mia madre lo guardò e gli disse «Tu hai esordito a 15 anni e 6 mesi contro la Fiorentina, e gli hai fatto subito un gol!. Lui rimase di sasso».

Non c’è più la signora Valeria, una vita intensa, e un solo rimpianto, non aver conosciuto il capitano e «Brunetto Conti, l’amore suo». 

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