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L'ISTANTANEA di Lecce-Roma: Luis non guarda l’isola che non c’è mai stata

(di Paolo Marcacci) Vorrei parlare di facce, ma come faccio? Non è un gioco di parole ameno, anzi a meno ne faremmo volentieri,

Redazione

(di Paolo Marcacci) Vorrei parlare di facce, ma come faccio? Non è un gioco di parole ameno, anzi a meno ne faremmo volentieri,

se non fosse che questa rubrica è un obbligo, questione di rispetto per chi paga e per chi legge, cioè per il pubblico. Chi paga e chi ci segue andrebbe sempre rispettato, infatti. A cominciare dall'inizio. Il fatto è che a Lecce la Roma non è mai iniziata, dunque è impossibile anche individuare il momento in cui sarebbe finita.

Facce, dicevamo: strappa un sorriso solo quella di Cosmi, prima del fischio iniziale; il mister dei salentini è vestito come Joe Pesci, forse a causa della grande umidità lasciata dal temporale che aveva funestato la città prima della partita.

E' peraltro la prima volta che vediamo gente travolta dalla piena quando ha già smesso di piovere.

Come si fa ad avere lo sguardo dimesso quando tutto è, magari soltanto numericamente, ancora in gioco? Da Stek fino a Osvaldo, che almeno ha maledetto tutto e tutti per le parate di Benassi, è stato un profilo basso a partire dall'uno a zero; capo chino e via a testa bassa verso il cerchio di centrocampo. Per quattro volte.

Ma a parte chi è stato in campo, con l'aggravante che il tardivo risveglio e il pregio delle inutili segnature hanno ratificato una superiorità tecnica come sempre quando ormai non serviva più a nulla, quello che ci ha sorpreso è stato l'atteggiamento di Luis Enrique; riferiscono i vari "bordocampisti" che dopo il primo scatto irridente di Muriel l'allenatore della Roma non si è più alzato dalla panchina e non ha più gridato quasi nulla. Questo che segno è? Quello che crediamo di leggere nell'enigmatico ed affilato profilo asturiano, spigoloso come l'unica regione spagnola mai assoggettata a nessuna dominazione straniera, che cosa deve suggerire ai tifosi, agli osservatori, agli addetti ai lavori? Forse distacco nei confronti di chi svilisce lo spartito interpretandolo in maniera dimessa? Forse la freddezza di chi sa che l'obiettivo è lontano ma perseguibile ed allora non si danna l'anima per le cadute intermedie? Forse il disappunto senza incazzatura di chi si sente comunque bullonato nel proprio ruolo e ad ogni battuta d'arresto che si ripete vede rinnovarsi per magia la fiducia nei propri confronti? Semplici ipotesi, il massimo che possiamo fare.

Mentre scriviamo, in tempo reale, ci sentiamo di scommettere che anche stavolta non la guida tecnica, oneroso staff compreso, non verrà messa in discussione; fino a prova contraria e salvo clamorosi colpi di scena, ovviamente. Il fatto è che i tifosi della Roma, tutti, sia i dissenzienti dall'inizio che quelli che si dichiarano mai schiavi del risultato, non meritano questo: non solo il risultato, neanche gli sguardi a terra, il compiacersi dei piedi buoni fini a se stessi, il rimanere seduti senza mostrare almeno un'incazzatura.

Pensate se anche i tifosi avessero accolto il cosiddetto progetto con questa stessa apatia, malinconia, dismissione preventiva d'entusiasmo. Che spinta avrebbe avuto questa gestione tecnico-dirigenziale?

In conclusione, l'obiettivo può essere adesso arrivare a Iterzi. Non terzi, non scherziamo ed è anzi stata pure colpa nostra che ad ogni vittoriuccia abbiamo creduto ad un rilancio: a Iterzi si, però, amena frazioncina di Bracciano, pare ci sia pure una bella chiesetta. Un'idea low-cost (l'ennesima di quest'anno) per il lunedì dell'Angelo.

Buona Pasqua.