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L'ISTANTANEA Roma-Inter: Heinze, lo spazzaneve

(di Paolo Marcacci) Pomeriggio  di un giorno da cani, o da lupi, parafrasando Sidney Lumet, titolo che sembra più appropriato per il clima e il risultato, quello vissuto da Ranieri e i suoi sull’erba tramortita dal gelo;

Redazione

(di Paolo Marcacci) Pomeriggio  di un giorno da cani, o da lupi, parafrasando Sidney Lumet, titolo che sembra più appropriato per il clima e il risultato, quello vissuto da Ranieri e i suoi sull'erba tramortita dal gelo;

basterebbe l'immagine della palla che Totti infila nel cunicolo delle gambe di Zanetti per capire che l'Inter aspetterà Godot per tutta la partita mentre la Roma riesce ad essere più pratica ed essenziale di un atto unico di Brecht. E per capire, anche,  che il tunnel ad un mito può permettersi di farlo soltanto una leggenda.

 

Dal cinema al teatro, per via di metafora; ma se volete pure alla musica, per esempio, citando De Gregori, perché / Il Capitano non tiene mai paura.../ ci viene in mente quando  vediamo la manica corta che cinge il bicipite guizzante sotto la fascia e le mani sprovviste di guanti, nude nel battere il ritmo della carica iniziale. Nelle nostre sciarpe di pile che coprono il naso e col  piede rovente dentro i Moon-boot, persino l'occhio ci rabbrividisce d'ammirazione, mentre ad ogni bombone che rintrona nel semivuoto ci sembra che stiano per esplodere lapilli di ghiaccio.

Si va bene, ma qual'è l'Istantanea di oggi?

E' nella chioma di Heinze che si scrolla la brina di dosso ad ogni  anticipo, nel peso specifico di una personalità che trasuda (per quanto oggi fosse un verbo impossibile da adoperare) anche dalla gestualità più  semplice: basta un cenno d'assenso da parte dell'argentino che ha picchiato  a tutte le  latitudini e tutto il reparto si sente rinfrancato: la sua presenza è la sciolina della sicurezza, per restare alle similitudini invernali. Oggi non ha avuto  neppure tutto questo lavoro gravoso, contro gli spettri intirizziti  di Milito e Pazzini, prima che Ranieri sostituisse quest'ultimo con un Faraoni particolarmente gemellato coi laziali, però è a lui che si pensa quando ci si vuole appellare alla solidità che spesso a questa difesa ha fatto difetto, come a Cagliari ad esempio, dove Juan aveva si  segnato come oggi, ma mai dato l'impressione di quella sicurezza che serve a suffragare i suoi cristallini fondamentali: perché guarda caso si trovava in coppia con Kjaer e non aveva attorno quel contrafforte di cemento armato  che, al di là delle prestazioni, Heinze costituisce ogni volta che chiama l'intervento, che rilancia la palla, che  strappa brandelli di tessuto acrilico dalla maglia che gli capita a tiro.

Giocatore trovato per caso, esterno persino alla filosofia del  progetto, per età e profilo ci carriera; ma subito leader, maschio alfa di un reparto e di un gruppo intero che gli hanno  subito tributato i galloni di leader prima ancora che lui li  reclamasse. Come accade sempre con i leader autentici, peraltro.

Nella faccia apparentemente non da cattivo, ma piuttosto da divo dei fotoromanzi anni settanta, ad uno sguardo più  attento gli si individua un ghigno d'agonismo che, al di là del cabotaggio tecnico che ha un difensore per natura, fa la differenza fra una carriera normale e una che si fregia, in successione, delle maglie più desiderate dai bambini di tutto  il mondo.

Un'entrata di Heinze è come una passata di spazzaneve sulla strada resa impraticabile dall'insicurezza dei mancati automatismi e dei caratteri incerti; lo avessimo avuto pure per le strade di Roma, oltre che all'Olimpico, avremmo circolato tutti più tranquilli.