Totti, il crac e le lacrime: “Così cominciò la corsa mondiale. E quelle notti con Spalletti…”

Totti, il crac e le lacrime: “Così cominciò la corsa mondiale. E quelle notti con Spalletti…”

Il capitano racconta nel suo libro il momento dell’infortunio del 2006: “Piansi senza ritegno, mi consolò Ilary. E Luciano veniva dalle 11 alle 3 del mattino: ho il ricordo di una grande unione, e anni dopo la cosa accentuerà la mia incapacità di comprendere il suo comportamento”

di Redazione, @forzaroma

Crac. La scalata al titolo mondiale comincia così, con un perone che si spezza, domenica 19 febbraio 2006, pochi minuti dopo l’inizio di Roma-Empoli. […] Mi marca Richard Vanigli, che non è un titolare abituale ma nemmeno un ragazzino, eppure gioca con la foga di chi deve conquistare il posto in squadra. Tre falli in cinque minuti, sollecito all’arbitro Messina un cartellino giallo; niente, si gira dall’altra parte. Immagino che l’ammonizione sia soltanto rimandata, devi prenderti un altro calcio, porta pazienza Francesco…

Va esattamente così – racconta in un’anticipazione del suo libro sull’edizione odierna de “La Gazzetta dello Sport” – un minuto dopo: 6’ del primo tempo e quarto fallo, ammonizione, ma è troppo tardi. Vanigli mi ha colpito da dietro a metà campo. Sarebbe “soltanto” un altro livido se il piede sinistro non si piantasse nel terreno, restando lì mentre il corpo scivola in avanti passandogli sopra. Mi accorgo del disastro dalla “caduta” del piede e allora, per la prima volta nella mia vita, capisco cosa sia il panico. Un terrore indicibile, la sensazione precisa e raggelante che sia tutto finito. Piango e urlo di tutto a Vanigli, ma questo me l’hanno raccontato dopo perché per un buon minuto perdo la cognizione di quanto mi accade attorno. Sono lì che inveisco per dieci secondi e per altri dieci tengo la faccia a terra, poi ricomincio il ciclo finché Brozzi e Vito e Silio Musa, il fisioterapista, non mi sono addosso, e a loro tre grido: “Me so’ rotto tutto”. […] “Presto, presto, a Villa Stuart” grida Vito all’autista, mentre il dottore, appreso dalla clinica che il professor Mariani è nella sua casa di campagna di Anguillara come ogni sabato e domenica, sta cercando di rintracciarlo al cellulare. […] Quindici minuti dopo il mio arrivo entra Ilary, sconvolta eppure calma. Ci eravamo salutati al telefono prima del riscaldamento, lei era in macchina con Cristian diretta a Fiumicino perché doveva raggiungere Sanremo per le prove del Festival.  Restiamo lì cinque minuti, mano nella mano, con Cristian fra le braccia della tata. Provo a frenarmi, ma è il momento in cui pago tutto lo stress: scoppio a piangere, e piango senza ritegno, consolato da mia moglie. Riesco a ricompormi appena in tempo per l’ingresso in scena del professor Mariani, che senza nemmeno dire ciao agita le radiografie e sentenzia: “Dieci minuti e la sala è pronta, ti operiamo subito Francesco, io e Santucci”.[…]
“Subito? Non si potrebbe fare domani?”. Mariani trasecola. È un luminare, non è abituato a vedersi contestare le decisioni. Mi parla scandendo le parole, come se fossi un bambino. “Francesco. Ti sei fatto molto male. Andando a spanne sarebbero sette mesi, e il Mondiale è tra meno di quattro. Se vuoi avere una chance, devi guadagnare ogni minuto possibile”. Mi risveglio alle 20.30, con un sapore acido in bocca. […]

“Capitano, abbiamo vinto” grida qualcuno, ed è tutto quel che volevo sentire. Da loro. Per il resto aspetto Mariani, che entra in camera dopo aver negoziato l’allontanamento della folla. “Ti dico subito che puoi farcela. Ti sei rotto il perone e il legamento del collo del piede. L’intervento è durato due ore e un quarto, ti ho inserito una placca con tredici viti che resterà lì per sempre, più la vite sul collo del piede che bloccherà per un mese il legamento e poi andrà rimossa”.
Quando riapro gli occhi, alle nove del mattino, in camera c’è soltanto mia madre. […] Siamo tornati indietro di venticinque anni e lei, con un sorriso appena accennato, mi posa la mano sulla fronte per sentire il calore e – immagino – spiegare poi all’infermiera di cosa ho bisogno. Nella mia stanza c’è già Marcello Lippi. Il commissario tecnico della Nazionale.
“Francesco, sono venuto a dirti che tu verrai al Mondiale senza se e senza ma. Ieri sera ho parlato con Vito che mi ha dato le prime informazioni, più tardi andrò da Mariani per conoscere la situazione nei dettagli; ma qualsiasi cosa mi dica, tu verrai al Mondiale perché per vincerlo ho bisogno di te, anche al trenta per cento. Mi servi. Ci servi. Non pensare negativo nemmeno per un istante, e fidati della tua capacità di recupero. Sarà un lavoro duro, certo, però io lo vivrò accanto a te”.
Luciano Spalletti. Le undici di sera, e il mister si introduce di soppiatto nella mia camera. Ha un pacco abbastanza voluminoso con sé, mi fa segno di tacere con l’indice davanti alla bocca e lo scarta, tirando fuori un cavalletto componibile e un blocco di grandi fogli bianchi. Come colpito improvvisamente da un dubbio lontano, mentre lo assembla si gira verso di me per chiedere: “Ma stavi dormendo?”.”No mister, non riesco proprio a prendere sonno”. “Ah! Bene, bene…” e riprende il suo lavoro, come rasserenato. Trenta secondi dopo, l’allestimento è pronto. Toglie di tasca un pennarello nero, e comincia. “Adesso, caro Francesco, disegniamo la Roma del prossimo anno. Ti scrivo le varie opzioni, poi studiamo assieme i pro e i contro di ogni giocatore”. Io sono del tutto imbambolato per lo stupore. Lui lo sa, deve averlo previsto, e adesso certamente ci marcia accelerando la preparazione dello strano Monopoli. Scrive tre nomi di portieri, sei di difensori, sei di centrocampisti e cinque di attaccanti. “Cominciamo: scegline uno per ruolo come se non avessimo problemi di budget, quelli li consideriamo poi”.
Per quattro notti resto a Villa Stuart, per quattro notti Spalletti arriva alle undici e se ne va alle tre del mattino. Quel che facciamo, in sostanza, è chiacchierare di calcio: l’analisi dei giocatori che la Roma potrebbe acquistare è ovviamente un pretesto, perché in realtà discutiamo di tutto, dallo stile di gioco delle grandi squadre europee all’assoluta specificità del contesto romano, il più grande sin lì conosciuto da lui, che viene dall’Udinese. E ovviamente anche da me, non avendone mai frequentati altri. Sono quattro nottate lunghe e insieme leggere, nelle quali il mister mi concede grande confidenza e, attraverso il gioco del mercato, mi fa restare con la testa ben dentro alla Roma in un momento nel quale si sarebbe potuta creare una certa distanza, se non altro perché fino ad agosto di giocare per il club non se ne parla. Ho il ricordo di una grande unione fra noi, in quei momenti, persino di affetto, e anni dopo la cosa accentuerà la mia incapacità di comprendere il suo comportamento. Ma c’è stato un momento nel quale Spalletti è stato straordinario con me, ed è giusto dargliene atto. […]
All’inizio di maggio, il c.t. mi chiama e, con voce asciutta ma un po’ emozionata – o almeno così mi pare di percepire – mi pone la domanda che deve: “Francesco, è il momento di comunicare alla Fifa l’elenco dei preconvocati. Posso contare su di te?”. Ricordate che da bambino suonavo ai citofoni di via Vetulonia dicendo di essere Gerry Scotti? Ecco, in quel momento penso al famoso “L’accendiamo?” del suo quiz, perché pur nella sua cortesia la domanda di Lippi ha un significato ugualmente ultimativo. Ma io non ho dubbi, l’accendiamo eccome. “Sì mister, ci sono”.”Non potevi darmi notizia più bella, Francesco. Ci vediamo a Coverciano”.

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