Sabatini saluta: «La mia rivoluzione a Roma è fallita»

Il commiato dell’ex direttore sportivo da Trigoria: «Qui non c’è necessità di vincere, ma Inter e Milan vorrebbero essere al nostro posto»

di Redazione, @forzaroma

Walter Sabatini ha chiuso il suo rapporto con la Roma non certo sbattendo la porta, ma raramente un fallimento sportivo è stato così ostentato, così come la parallela rivendicazione della bontà del proprio operato, scrive Massimo Cecchini su “La Gazzetta dello Sport“. Le plusvalenze prodotte gli danno ragione, i risultati sportivi abbastanza torto.

«Ero qui per stimolare una rivoluzione culturale, ed è stato il mio vero fallimento. Ovviamente so di aver fatto degli errori, però ho portato la Roma a sedersi su tutti i tavoli del calcio che contano grazie a un mercato rissaiolo. Sulla rivoluzione culturale, mi riferivo solo a un’esigenza, cioè pensare alla vittoria non come una possibilità, ma come una necessità. Non penso di averlo centrato, ma ho ancora qualche speranza che succeda, visto l’allenatore che c’è, Spalletti. Comunque mi sento molto deluso: qui si perde e si vince nella stessa maniera, questa è la nostra vera debolezza. L’idea di non essere riusciti a vincere uno scudetto mi perseguita, la terrò per tutta la vita».

Inevitabile un passaggio su Totti: «Tutti vogliamo Totti. Io gli darei il premio Nobel per la Fisica. Le sue traiettorie hanno messo in discussione Copernico, Keplero, la Relatività. Totti però costituisce un tappo, perché porta una luce abbagliante e oscura tutto un gruppo di lavoro. La curiosità morbosa che c’è per ogni sua espressione dentro e fuori dal campo, comprime la crescita di un gruppo di calciatori».

«Mi succederà Ricky Massara – prosegue l’ex ds -, che non è un mio delfino ed è bravissimo, ma nella Roma ci sono dirigenti vituperati e diffamati: Baldini un massone dannoso, Baldissoni un arrogante imbucato e anche lui massone. Attenzione: non vi sto accusando di niente, le sconfitte della Roma sono tutte mie e in quota anche di qualcun altro. Non è un attacco alla informazione, ma all’abitudine. Il mio mercato? C’è stata una strategia che mi è stata affidata: se vendo Benatia e compro Manolas non ho prodotto un danno, produco un utile e lancio un altro giocatore. Ci sono rischi notevoli, è vero, ma i calciatori venduti sono stati adeguatamente sostituiti, nel saldo dare-avere ho cercato di non indebolire la squadra. Il danno è nel fatto che, mancando la continuità, non si arriva mai a coagulare una unità di intenti, ma abbiamo dovuto farlo per essere competitivi. Milan e Inter vorrebbero essere la Roma, però siamo incappati in un ciclo della Juve straordinario, Paratici e Marotta hanno fatto scelte superiori».

Chiosa finale su Pallotta: «Il presidente è un imprenditore, vede il calcio come un’azienda. Lui e i suoi collaboratori stanno cercando un algoritmo vincente, io invece vivo d’istinto, il mio calcio non può essere freddamente riportato alla statistica. Non voglio combattere queste tesi, ma non intendo cambiare. Le cantonate le ho prese, ma l’avere supera nettamente il dare. Devo fare il mio calcio e qui ora posso farlo un po’ di meno».

Dopo aver visto la partitella del pomeriggio della squadra, ha lasciato Trigoria un po’ commosso. Tornerà presto per salutare la squadra. Spalletti abbracciandolo gli ha detto: «Potevi dirmelo prima, avrei provato a convincerti a restare».

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