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La Gazzetta dello Sport

Mou si sente a casa. San Siro è Special anche per la Roma: “Servono i trofei per fare la storia”

Getty Images

Dal Triplete alle tre dita per i milanisti: il portoghese al Meazza dopo 12 anni

Redazione

C’è un passato che non passa. Resta attaccato agli oggetti, ai luoghi, ai volti delle persone anche quando sfioriscono. Nessuna meraviglia che stasera José Mourinho, rientrando a San Siro, avrà la sensazione di un tempo fermo, ghiacciato a quel 2010, quando la sua Inter era sul tetto del mondo e quello stadio era casa sua, scrive Massimo Cecchini su La Gazzetta dello Sport. L’avversario, stavolta, sarà quel Milan che – sempre nel 2010 – affrontò in autunno alla guida del Real Madrid nei gironi di Champions, vincendo al Bernabeu e pareggiando a San Siro. Il suo ritorno, in quel caso, fu santificato da una gesto simbolo: le tre dita che indicavano il Triplete. Una mossa che fece arrabbiare i rossoneri, ma che José spiegò così: "Le tre dita non erano per i tifosi del Milan, ma per quelli dell’Inter: da casa hanno potuto vedere il loro ex allenatore che è ancora un interista e non dimentica i tre trofei storici". Il portoghese che parla non ha l’aria spavalda da Special One, ma la tranquillità di chi sa di aver voltato pagina. Un esempio per tutti: se negli ultimi anni la Roma spiegava che non poteva avere una liquidità in stile Barcellona o Psg, ma anche Inter, Milan o Juve, adesso Mou spiega con rassegnazione come sul mercato «non abbiamo il profilo di Fiorentina e Atalanta, che possono spendere i 15-20 milioni. Noi cerchiamo un paio di prestiti». L’asticella, insomma, si è abbassata, ma il tecnico è convinto di stare facendo bene. "Ci sono tanti allenatori che fanno lavori fantastici senza coppe e in questo senso sento che sto facendo un grande lavoro qui. Ma per fare la storia e lasciare il tuo nome servono trofei, che in questo momento non abbiamo". In fondo, come gli stadi, anche le squadre non sono tutte uguali. Così, a chi gli chiede se allenerebbe mai Milan, Juve o Lazio, Mourinho risponde cauto, come non fece quando – ai tempi del Chelsea – disse che non avrebbe mai allenato il Tottenham. "Siamo professionisti e dire che non si può guidare un altro club è un rischio. Ci sono club a cui puoi dire no e non per mancanza di rispetto, ma rifiuti per il tipo di storia tra il club che hai allenato prima. Dopo il 2010 il primo club italiano che mi ha parlato non è stata la Roma (pare sia la Juve, ndr ). La Roma si poteva accettare, l’altro no. Non è mancanza di rispetto, ma ad esempio non potrò mai allenare la Lazio. E sicuramente loro pensano lo stesso di me".