Juve, pari e fatta. Punto scudetto. La Roma si sveglia soltanto alla fine

Tra Roma e Juve finisce in parità, lasciando i bianconeri a 9 punti di distacco con il vantaggio degli scontri diretti a 13 giornate dalla fine. Zero conclusioni nei primi 45′. Predominanza territoriale della Roma piuttosto sterile

di Redazione, @forzaroma

Chi l’avrebbe mai detto, la Juve mostra una vena buonista. A meno di mezz’ora dalla fine aveva in mano partita e scudetto. Sopra di un gol e in superiorità numerica poteva schiacciare la Roma, spedirla a meno dodici e concentrarsi in esclusiva sulla Champions, ma quella che una volta chiamavano Signora Omicidi ha smarrito il «killer istinct», si è fatta rimontare. Nulla di grave, lo scontro diretto dell’Olimpico ha detto che la Juve merita di vincere il suo quarto campionato di fila, e a 13 giornate dalla fine 9 punti di vantaggio, col favore degli scontri diretti, sono un margine ottimo e abbondante, Negli ultimi venti minuti la Juve però non ha fatto la Juve, si è travestita da onlus umanitaria e Gigi Buffon, uno juventino vero, si è imbestialito di brutto, come se non riconoscesse più la squadra.

 
GIUSTO COSì È giusto che una partita bruttina e nervosa sia finita in pareggio, è giusto che la Roma non faccia suo lo scudetto a onta di innumerevoli pronostici estivi. Ieri, per un’ora, la Roma è rimasta più che altro aggrappata allo status quo dello 0-0. Meglio aumentare di un punto il vantaggio sul Napoli terzo che lanciarsi in un improbabile inseguimento della capolista, questo si percepiva. E così è andata. In una notte in cui per scuotere i suoi Garcia ha dovuto togliere Totti e De Rossi, resta la certezza del punto guadagnato sul Napoli, più quattro sul terzo posto. Settimo pareggio romanista nelle ultime otto gare di Serie A, sesto di fila in casa: con tran tran simili non si va lontano. L’imbattibilità dura da 15 turni, ma il non perdere paga poco, la pareggite uccide i sogni. Ma sì, il campionato è finito, andate in pace. L’ha vinto la Juve ed è giusto così.

 
NOIA E NERVOSISMO Di rado capita di assistere a partite in cui per l’intero primo tempo non si trova traccia di tiri in porta. È successo ieri sera all’Olimpico, zero conclusioni nello specchio durante i primi 45’. Nelle note di cronaca soltanto un diagonale di Tevez verso la fine, con palla fuori, causa deviazione di Manolas. Qualche spunto di Lichtsteiner, uno sprint di Evra sulla sinistra e null’altro. Calma piatta, noia diffusa. Gli unici brividi li hanno regalati due «entratacce» romaniste in partenza. La prima di De Rossi su Vidal al sedicesimo secondo di gioco, tackle che ha ricordato la «zompata» di Tardelli su Rivera in un preistorico Juve-Milan e che Orsato ha scelto di non punire col giallo. La seconda di Totti su Lichtsteiner poco dopo, scivolata a vuoto che al capitano è costata una ramanzina. Due indizi fanno una prova, evidente la sudditanza di Orsato nei confronti dei due califfi. A farne le spese è stato il soldato semplice Torosidis, primo ammonito giallorosso per fallo su Evra. Orsato, che voleva arbitrare all’inglese e poco ammonire, ha finito per estrarre un rosso e undici gialli, compresi i due sventolati sotto il naso dell’espulso Torosidis.

 
RISVEGLI E SOSTITUZIONi Qualcosina di più e di meglio si è visto nella ripresa. La partita si è animata quando è stata scollinata l’ora di gioco. Fallo di Torosidis su Vidal lanciato verso l’area, secondo giallo ed espulsione per il greco. Tevez ha trasformato la punizione con bello stile, alla Platini, e ha dimostrato che sui calci piazzati in questa Juve c’è vita oltre Pirlo. A quel punto Garcia ha fatto quel che fa da qualche tempo, ha tolto Totti e De Rossi, gli intoccabili della casata. Qualcosa di affine aveva architettato Ranieri contro la Lazio nel 2010 e aveva poi vinto quel derby. Ieri sera l’uscita dei due «vecchi» re dei Sette Colli ha scosso la squadra, gli innesti di Iturbe e Nainggolan hanno portato velocità e forza, e in dieci contro undici la Roma è riuscita nell’impresa di mettere alle corde la Juve. Ha riacciuffato la partita con Keita, bravo a sfruttare di testa una punizione di Florenzi, subentrato a Ljajic, segno che Garcia ha azzeccato le sostituzioni. Con un po’ di psicanalisi d’accatto si potrebbe dire che Garcia ha ucciso il padre e la madre, De Rossi e Totti, in senso metaforico, ma non è la prima volta che accade, per cui andiamoci piano, si fa presto a essere smentiti. Però l’eternità non è per nessuno e forse è giusto il momento di interrogarsi. Se la Roma vuole rivincere uno scudetto, deve avere la forza di immaginarsi oltre chi l’ha resa grande negli ultimi vent’anni.

 
CONCLUSIONI I report dicono che la Roma ha fatto suoi possesso palla – 58,4% a 41,6 – e supremazia territoriale, 58% a 42. Numeri che contano fino a un certo punto. La Juve ha disputato la partita che si era prefissa, aspettare e ripartire, e sulle fasce, dove Gervinho e Ljajic avrebbero dovuto dispiegare un’incontenibile potenza, per un’ora e passa si sono notati di più Lichtsteiner ed Evra. La predominanza della Roma è stata sterile. Il pallone girava in lungo e in largo, ma in area si entrava poco e di meno ancora si tirava. I campionati li vinci coi centravanti veri, non coi falsi nove: Pruzzo nel 1983, Batistuta nel 2001. La Roma, dopo 25 turni, non ha attaccanti in doppia cifra: Ljajic 8 gol, Totti 5 e Gervinho 2. No, non si vincono così gli scudetti. Non per caso il capocannoniere ce l’ha la Juve, Tevez con 15 reti.

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