Il metodo Fonseca: lealtà e trasparenza nelle scelte

Il metodo Fonseca: lealtà e trasparenza nelle scelte

Il tecnico non guarda in faccia a nessuno. Ma è sempre sincero e diretto con i suoi: Florenzi l’esempio, Pastore la magia

di Redazione, @forzaroma

Nessun alibi, ma neanche nessun favoritismo. Insomma, patti chiari e amicizia lunga. Con il massimo della trasparenza, perché poi quello che piace davvero di Paulo Fonseca ai suoi giocatori è proprio la sincerità e l’onestà, scrive Andrea Pugliese su La Gazzetta dello Sport.

Il portoghese non ha scheletri nell’armadio né doppi volti. È così. E parla diretto, perché pensa che anche nel caso di notizie brutte o sgradevoli, sia sempre meglio dirle in faccia. Per essere apprezzati e stimati.

Il metodo Fonseca affonda le sue radici anche in questo, nel rapporto lineare che ha con i suoi giocatori. Il tecnico della Roma non guarda in faccia a nessuno e non si preoccupa dei nomi. Gioca chi merita e chi può essere davvero utile, a prescindere dal blasone o dalla casacca. Quello di Florenzi è sicuramente il caso più eclatante, che può spiegare meglio il tutto. È il capitano della Roma, il simbolo destinato a raccogliere l’eredità di Totti e De Rossi. Ma finisce oramai regolarmente in panchina (sette volte nelle ultime otto gare) perché Fonseca ritiene sia giusto così. “Su Alessandro non posso dire niente, si allena sempre al massimo. Ma è una mia scelta tecnica”, ha detto spesso il portoghese. Che non si è mai fatto condizionare dal peso specifico del giocatore.

Esattamente come con Santon, ad esempio. Quest’estate sembrava essere destinato ad andare altrove, tanto che Fonseca gli disse: “Davide, ti stimo. Ma sto cercando un altro tipo di terzino“. La storia poi è nota: Santon è rimasto alla Roma e quando il portoghese l’ha visto pronto e ne ha avuto bisogno, l’ha buttato dentro. Ricevendo in cambio anche una serie di buone prestazioni.

E poi la gestione di Pastore, che sembrava oramai destinato alla deriva ed invece Fonseca ha recuperato prima di tutto dal punto di vista psicologico. Il tecnico ha capito che il problema dell’argentino era soprattutto nella testa, nella fiducia in se stesso. Ed ha iniziato a lavorare lì, sui principi dell’autostima. E, pian piano, ha riportato Pastore ad essere un giocatore. E anche decisivo.

Nel dimenticatoio ora c’è finito Juan Jesus, che non gioca oramai da due mesi (la sua ultima gara è stata il 25 settembre, contro l’Atalanta). Se Fonseca vedrà progressi da parte del brasiliano, non farà fatica a rimetterlo dentro.

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