Calciopoli esisteva: associazione a delinquere, due anni e 4 mesi a Moggi

di finconsadmin

(La Gazzetta dello Sport – V. Piccioni) L’associazione per delinquere di Calciopoli esisteva. È la sintesi della sentenza con cui ieri la sesta sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Napoli presieduta da Silvana Gentile ha condannato Luciano Moggi a due anni e quattro mesi, ritenendolo promotore del sistema sotto accusa, e assegnando la stessa responsabilità, e due anni di pena, all’ex designatore Pierluigi Pairetto e all’ex vicepresidente federale Innocenzo Mazzini, che in primo grado erano stati ritenuti soltanto «associati» e non promotori. Per Pairetto c’è addirittura una riforma in peggio rispetto alla prima sentenza penale. L’altro ex designatore Paolo Bergamo avrà invece un’altra opportunità, il processo nei suoi confronti sarà nuovamente istruito a Napoli per un vizio di forma. In realtà si tratterebbe di una violazione del diritto di difesa per la mancata concessione di un rinvio chiesto e non ottenuto dall’avvocato Silvia Morescanti, in quel momento incinta. Condanna anche per gli arbitri De Santis, Dattilo e Bertini che avevano rinunciato alla prescrizione. Prescrizione che invece ha portato al non luogo a procedere per tutti gli altri imputati, fra cui Diego e Andrea Della Valle, e Claudio Lotito. I legali degli imputati condannati hanno già preannunciato il ricorso in Cassazione.

 

Pure gli arbitri Dunque la musica non è cambiata rispetto a quanto accadde due anni fa anche se i giudici non hanno aderito totalmente alle richieste del procuratore generale Antonio Ricci, che aveva chiesto tre anni e un mese per Moggi. Le otto ore di camera di consiglio avevano fatto pensare a un tormento del collegio e magari a qualche decisione clamorosa, che però non è arrivata. Per Moggi, a cui sono state tolte come agli altri imputati le pene accessorie del primo grado, si tratta dell’ottava condanna, fra giustizia sportiva e penale. Colpisce anche la condanna degli arbitri, che la sentenza d’appello del rito abbreviato, condannando il solo Giraudo e assolvendo gli altri imputati, aveva oggettivamente messo in discussione.

 

Sempre le schede Ieri mattina l’avvocato Paolo Trofino, legale di Moggi (che dopo aver ascoltato la requisitoria in mattinata, in serata non era presente in aula al momento della lettura della sentenza), ha provato l’ultimo assalto all’impianto accusatorio, rilanciando la tesi dello «spionaggio industriale » da cui l’ex direttore generale della Juventus avrebbe dovuto difendersi: «Combatteva contro colossi come Mediaset e Telecom, ecco il motivo dell’uso delle schede riservate. Vi siete chiesti perché nelle telefonate non parla mai di mercato, proprio lui, il re del mercato? L’associazione per delinquere di Calciopoli era una balla». Insomma, le famose carte svizzere servivano per proteggersi dalle società concorrenti. Ma i giudici hanno evidentemente creduto alla tesi accusatoria: l’alibi mercato non regge di fronte alla distribuzione delle schede ad arbitri e designatori. Lo schema a cui hanno creduto i giudici, aspettando le motivazioni, sembrano essere lo stesso del primo grado: gli incontri fra designatori e dirigenti, più la faccenda delle schede riservate porta all’Associazione. La Corte tra l’altro ha dichiarato inammissibile l’appello proposto dal Lecce e dal Brescia, per quest’ultimo limitatamente alla responsabilità civile della Juventus, accogliendo la richiesta che aveva formulato il legale del club bianconero, Giuseppe Vitiello.

 

Cassazione E proprio dalle motivazioni si dovrà capire anche il carattere delle prescrizioni, il modo con cui i giudici hanno ricostruito la parte che riguarda le singole partite, i reati di frode sportiva caduti sotto prescrizione. Di certo l’impianto accusatorio che era uscito traballante dalla seconda sentenza Giraudo riprende forza con i verdetti di ieri. In attesa che l’infinita storia di Calciopoli apra il suo ennesimo palcoscenico in Cassazione.

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