Antonio Conte: duro e maniacale, ma trascinatore. Tutti lo vogliono

E’ l’allenatore più richiesto del momento, però pochi possono permetterselo perché è esigente

di Redazione, @forzaroma

Nessun allenatore disoccupato è mai stato un’opzione così universale come Antonio Conte in questo periodo. Se ne parla per l’Inter dal giorno 1 del consolato di Beppe Marotta, suo antico dirigente ai tempi della Juve, e questo a prescindere dal terzo posto che Spalletti sta portando a casa; se ne è parlato per tutto l’anno per il Milan come upgrade di lusso se Gattuso non riuscisse a conquistare il quarto posto; se ne parla adesso, e pesantemente, per la Roma perché è l’unico tecnico di livello top che accetterebbe l’incarico senza pretendere l’iscrizione alla Champions (l’ha già fatto sia alla Juventus che al Chelsea, vincendo subito il campionato in entrambi i casi); se ne parla persino per la Juve. Antonio Conte è il piano A di alcuni e il piano B di altri, oltre che il sogno di chi non se lo può permettere nemmeno come piano C, scrive Paolo Condò su La Gazzetta dello Sport.

Conte è un vincente. Non è soltanto una questione di titoli: pesando le sue imprese, è probabile che i tre scudetti vinti con la Juve e la Premier trionfale col Chelsea cedano il passo ai quarti di finale dell’Europeo 2016 raggiunti con la Nazionale più povera di talento che si ricordi. Conte è un metodo di lavoro martellante ventiquattro ore su ventiquattro, uno capace di dimettersi se vede che non tutto fila secondo le sue direttive. E poi è empatico, per usare un’altra etichetta di moda. Lo ricordo malmostoso e isolato nel ritiro azzurro prima dell’Europeo 2000, reduce dalla grande beffa subita dalla Juve a Perugia, come sospettoso che tutti lo sbirciassero di soppiatto dandosi di gomito. Di questo umore salì sull’aereo per Anversa, quartier generale azzurro, per di più superstite di una settimana killer visto che prima Bobo Vieri e poi Gigi Buffon – due pilastri assoluti della Nazionale di Dino Zoff – erano stati costretti al forfait. Lui aveva assorbito una brutta botta a un piede rimediata nell’ultima amichevole, in Norvegia, e fin dal primo giorno in Belgio aveva cominciato a tirare il gruppo, come se quelle due ore di volo gli avessero rimesso a posto il fuso orario, e soprattutto la luna. Tanti di quegli azzurri – Francesco Totti, per fare un nome – hanno raccontato nel tempo di aver conosciuto il vero Antonio esattamente in quei giorni, e di essersi affezionati a un uomo molto più ricco della sua immagine di implacabile perfezionista. Uno in grado non solo di provare empatia, ma di generarla.

Non c’è nel calcio una situazione capace di creare forti legami (e violente antipatie) come il grande torneo per nazionali. Fra preparazione e partite si vive sempre assieme dalle cinque alle sette settimane (dipende da quanto vai avanti), e la convivenza forzata diventa una lente d’ingrandimento: se stai male stai malissimo, ma se stai bene non te ne andresti più. Il giorno dopo l’eliminazione dalla Germania, nella conferenza stampa di fine spedizione, Conte scoppia a piangere al pensiero che il giorno dopo non avrebbe rivisto i suoi ragazzi. Di più: tre mesi dopo lo intervisto al centro sportivo di Cobham, all’inizio della sua esperienza al Chelsea, e quando gli chiedo di quel momento di separazione gli vengono subito gli occhi lucidi, e interrompiamo la registrazione perché Antonio stenta a trattenere le lacrime. Che cosa non faresti per il tuo allenatore, se fosse così?

I rapporti con Abramovich sono soltanto legali, e dovrebbe mancare poco alla definizione della causa che ha consigliato all’allenatore leccese l’anno sabbatico. Per riposare (fra Europeo e raduno del Chelsea passarono soltanto tre giorni) e stare un po’ in famiglia: per consentire alla figlia Vittoria di completare la scuola la famiglia è rimasta a vivere nella villa fuori Cobham, e rivedere di frequente le auto dei suoi vecchi giocatori dev’essere stato un piccolo supplizio. Conte ha riempito il tempo di partite in tv e, a giudicare dalla scioltezza esibita con Cattelan, di giochi di carte. Ma il tempo dei solitari è finito.

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