Tavecchio ci ricasca con ebrei e gay

Nuova bufera sul presidente Figc, senza freni in una registrazione. Molti chiedono la sua testa ma lui si difende: «È tutto un ricatto»

di Redazione, @forzaroma

Il Presidente federale Carlo Tavecchio scivola su un’altra buccia di banana e finisce con la schiena per terra. Questa volta non c’è alcun Optì Pogba che mangia le banane, né donne equiparate agli handicappati tanto per prendere due piccioni con una fava. Questa volta il casus belli riguarda un’intervista rilasciata lo scorso giugno al sito Soccerlife, dove l’ex sindaco di Ponte Lambro dichiara di aver acquistato la sede della Lega Nazionale Dilettanti da «un ebreaccio» per poi proferire parole offensive nei confronti degli omosessuali. Frasi estrapolate a distanza di mesi che hanno fatto insorgere l’Italia intera. «Non ricordo queste parole, è un ricatto», ha affermato il presidente della Federazione dopo l’ennesima valanga mediatica che lo sta travolgendo. «A Carlo Tavecchio noi di Israele abbiamo chiesto aiuto al congresso Fifa, lui ce l’ha dato e non ha avuto timore a dirlo pubblicamente – afferma l’ambasciatore di Tel Aviv a Roma Naor Gilonsul resto non entro nel merito». Ma la condanna arriva direttamente dal presidente degli ebrei romani Ruth Dureghello: «Nel calcio non può esserci spazio per razzismo e omofobia. Lo sport italiano dovrebbe pretendere un passo indietro». Il mondo politico ascolta – inorridito – le nuove esternazioni del numero uno di via Allegri. «Il calcio italiano ha bisogno di una guida autorevole – dichiara il presidente della commissione Cultura e Sport di Palazzo Madama Andrea Marcuccinon si possono contrastare razzismo, antisemitismo ed omofobia degli stadi, se chi siede ai vertici della Figc ragiona allo stesso modo». Un’analisi approfondita arriva dal responsabile sport del Pd Luca Di Bartolomei. «Mi trovo anche in imbarazzo a commentare – afferma il figlio dell’ex capitano della Roma – il presidente Tavecchio è recidivo. Optì Poba, le donne handicappate, gli ebreacci, i gay, il libro per cui nessun giudice contabile ha ritenuto di alzare nessun problema. Abbiamo dato il beneficio del dubbio una volta, una seconda, questa è la terza o la quarta, abbiamo perso il conto. Ora basta». Sullo stesso tenore Clemente Mimun, direttore del Tg5: «Neri, ebrei, gay… ma alla Federcalcio non si dovrebbe parlare di pallone? Il calcio italiano ha bisogno di una nuova guida».

Il dirigente di Ponte Lambro incassa il colpo e replica cercando una difesa ardua, improbabile. «Ascoltando l’audio, le mie parole sono chiare: ho lunghi rapporti di stima personali e professionali con gli ebrei, ringrazio l’ambasciatore di Israele che me ne ha dato atto – sottolinea il presidente della Federcalcio, Carlo Tavecchio – le accuse di omofobia non mi appartengono. Tengo a precisare che non si trattava di un’intervista, ma di un incontro personale chiesto da Giacomini, che conosco da anni, e che la registrazione è avvenuta a mia insaputa. Se si esamina la vicenda senza pregiudizi è evidente la ritorsione nei miei confronti da persona alla quale ho negato dei contributi per la sua attività editoriale, e che, dopo il mio rifiuto, ha messo in atto nei confronti della Figc e della mia persona una serie di comportamenti dal contenuto denigratorio, dei quali ho interessato già i miei legali». Al di là del modo in cui siano state registrate le parole, al di là della consapevolezza o meno dell’intervista, è inconcepibile che un uomo – anche in privato – possa parlare in certi termini. Tanto più se rappresenta l’intero sistema calcistico italiano.

(S. Pieretti)

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy