La Roma sta lì, gioca la sua gara all’Olimpico contro un avversario ostico come l’Inter di Mancini (dal dente avvelenato) che gli uomini di Garcia però spazzano via restando incollati alla capolista.
La Roma va, non molla. Con quel gol di Pirlo negli occhi, che avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Una rete a tempo scaduto in grado di trasmettere quella sensazione di impotenza purtroppo già nota e che poteva segnare la serata giallorossa. Ma la Roma invece sta lì, sul pezzo, gioca la sua gara all’Olimpico contro un avversario ostico come l’Inter di Mancini (dal dente avvelenato) che gli uomini di Garcia però spazzano via restando incollati alla capolista. Tre punti più dietro, sempre gli stessi, quelli del «tu sai perché» come ha tenuto a precisare alla vigilia lo stesso Garcia. Insomma la Juve va, ma la Roma non molla all’insegna di quel campionato a due ormai sempre più marcato (fatta salva la bella sorpresa Genoa) e che ieri si è conclamato ancora una volta. Non è un caso se entrambe hanno vinto tutte le partite in casa.
LE SCELTE DI GARCIAIl francese non fa sconti e stavolta ad accomodarsi in panchina è addirittura De Rossi. Al centrocampista azzurro Garcia preferisce la calma geometrica di Keita: e la cosa funziona. Almeno fin quando la Roma gioca il suo calcio grazie anche a un Totti sempre al centro dell’azione e che distribuisce palloni ai suoi. Eppoi lì in mezzo c’è un Nainggolan in formato stellare: è ovunque, una macina senza soste.
IL SOLITO VIZIETTOLa Roma domina per lunghi periodi, gioca il suo calcio seppur a tratti e avrebbe potuto chiudere la gara in più occasioni: ma non lo ha fatto. Per l’ennesima volta e anche contro l’Inter ha rischiato di pagarne lo scotto. Incassando due gol assurdi nelle due uniche occasioni (o quasi) della serata nerazzurra. Garcia su questo dovrà tornare nei prossimi giorni.
LA MALEDIZIONE DEGLI EXDa una coppia come Mancini e Osvaldo non ci poteva aspettare altro. Il primo sa benissimo come funzionano le cose nella Capitale e manda in campo dal primo minuto l’ex attaccante giallorosso. Osvaldo gioca la sua partita, da fastidio come sempre, segna anche un gol fortunato e poi ricorda ai romanisti perché quando è andato via nessuno lo ha rimpianto. La vaglia sotto si intravede, c’era quel «vi ho purgato ancora» che gli costò carissimo a un derby della Capitale: la lezione non sembra essergli servita. Mazzoleni lo riprende ufficialmente e lui replica facendo spallucce: che tristezza. Il tecnico, da par suo, non finisce in panchina il primo «ritorno» nella Capitale: sarà un caso? Infine Dodò, anche lui col fuoco dentro per ben figurare contro una piazza che lo aiutato finché ha potuto: forse anche oltre.
TROPPA LA DIFFERENZAAlla fine vince la Roma, semplicemente perché è la squadra più forte e perché gioca un calcio troppo migliore. Ma non è stata una passeggiata, perché per ben due volte l’Inter ha avuto la forza di tornar sotto. La differenza poi la fanno il gran gol di Holebas (primo in giallorosso) e la doppietta di un Pjanic che aveva giocato un primo tempo in sordina, ma che nella ripresa è tornato ai suoi livelli e ha lasciato il segno nella gara. Il bilancio è positivo, seppur da analizzare diversi lati oscuri di questa squadra che soffre ancora di troppe amnesie, ma che alla fine in campionato riesce sempre a rimettersi in piedi.
SASSUOLO E LA COPPA
Ora serve uno sforzo ulteriore per fare il salto di qualità necessario alla qualificazione agli ottavi di finale di Champions League. Contro il City nella partite di Mercoledì 10 alla Roma potrebbe bastare anche un pareggio, ma per mostrare al mondo di poter sognare in grande serve invece un successo: vero, netto, di quelli in grado di spazzar via ogni dubbio. Ma prima il Sassuolo, (sabato prossimo sempre all’Olimpico) uno di quei scogli che per una squadra come la Roma rischiano di essere più pericolosi di quanto in realtà siano. Garcia lo sa bene.
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