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Sconfitta identitaria. Perché si può perdere - in stagione è già accaduto diverse volte (sono 13 i ko in 38 match, coppe comprese, uno ogni 3 partite) - ma non smarrire la propria individualità. E invece a Como, oltre al quarto posto, la Roma ha perso la sua unicità, quella tipica delle squadre di Gasperini che la partita non la subiscono ma l’aggrediscono, scrive Stefano Carina su Il Messaggero. Domenica non è stato così. Ognuno ha la sua tesi: stanchezza mentale, contraccolpo psicologico al gol di Gatti, flessione atletica (marzo da sempre, con novembre, è uno dei mesi no del tecnico: 1,76 punti nei 9 anni all'Atalanta), errori arbitrali (sono due consecutivi: rigore di Malinovskyi e espulsione inventata di Wesley), le inedite difficoltà difensive (11 gol subiti in 17 gare fino al 29 dicembre, 12 in 12 partite dal 3 gennaio in poi), gli infortuni concentrati in attacco, il gruppo storico che «oltre un certo punto non va» (cit.), il mercato di gennaio insufficiente e/o alcuni casi medici gestiti male (Dybala, Ferguson, Dovbyk e Soulé). Se novembre e marzo sono i mesi peggiori per Gasperini, i finali di stagione del tecnico (1,85 punti di media) sono sempre in crescendo. Nonostante la brusca frenata (dal 78’ di Roma-Juve si è passati dal +7 sulla Juve e +5 sul Como al -2 e -3 su bianconeri e lariani) ci sono ancora 9 partite di campionato e una coppa da giocare. Non poche, a patto di ritrovare al più presto la vera Roma.
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