Pallotta, otto anni senza un trofeo, ora si sente pugnalato “come Cesare”

Facile alle passioni e ai repentini cambi di strategia James confessa agli amici: su questa stoia scriverò un libro

di Redazione, @forzaroma

So quanto siano pazzi i tifosi della Roma, ma voi non sapete quanto sono pazzo io“. Era il 27 agosto 2012, giorno dell’insediamento di Pallotta come presidente giallorosso. Otto anni dopo, di quell’entusiasmo, non è rimasto nulla, scrive Stefano Carina su Il Messaggero.

Da entrambe le parti. Da un lato c’è una piazza che è già pronta a voltar pagina, accogliendo a braccia aperte Dan Friedkin. Dall’altro c’è Jim. Che a sorpresa, al termine di quest’avventura, si riscopre tradito. Sì, avete letto bene, tradito. Sono settimane, infatti, che confidandosi con le poche persone selezionate in questi 8 anni romani, Pallotta ha perso il suo proverbiale humor e ha promesso che tra qualche mese proverà a scrivere un libro.

Ha già in mente il titolo: “Cesare è stato fortunato ad esser stato pugnalato”. Magari un po’ lungo. Tuttavia rende bene l’idea dello stato d’animo. Domanda lecita: tradito da chi? Jim non risponde. Facile però intuire. Soprattutto considerando il carattere di Pallotta, uomo avvezzo agli innamoramenti facili, per poi mostrare all’improvviso il pollice verso, scaricando il malcapitato di turno.

È accaduto con Garcia (passato dall’essere “il nostro Ferguson” a “Non ci ascoltava, avrei dovuto mandarlo via prima“), Sabatini (“Walter è fantastico“; “Faceva troppi scambi, non mi fidavo più di lui“), Spalletti (inizialmente “Incredibile” e dopo “voleva soltanto litigare con i media“), Monchi (prima “Dono del cielo” e poi “Peggior errore commesso nella mia gestione“) e tanti altri.

C’è stato un solo momento nel quale Pallotta è stato vicino dall’essere “accettato”. Quando, dopo la splendida notte della rimonta con il Barcellona, si mischiò alla gente festante per le strade che all’urlo di andare in giro a far baldoria (eufemismo), lo indusse al tuffo nella fontana di Piazza del Popolo. Un assist che Jim non ha saputo cogliere. Probabilmente non sarebbe servito per sanare la ferita dei “Fucking idiots”. E nemmeno quella di chi ha sempre pensato che il suo unico intento fosse quello di costruire lo stadio.

Gli errori di Monchi pesano ma lui, dall’eremo oltreoceano, ci ha messo del suo. Gestendo come peggio non poteva la vicenda Totti.

Se l’addio del calciatore era stato traumatico ma inevitabile, quello del dirigente è stato il frutto dell’assenza. E la giustificazione che in loco c’erano/ci sono dirigenti pagati per prendere queste decisioni, non regge. In quel caso, Pallotta doveva far sentire la sua voce. Non lo ha fatto, cercando la scorciatoia più semplice: il silenzio. Come aveva fatto qualche mese prima con l’addio di De Rossi. Una città e una tifoseria che non ha mai fatto della vittoria il proprio vanto, frastornata da anni di via-vai senza precedenti sul mercato (circa 200 i calciatori acquisiti) s’è così trovata spogliata di tutto.

Pallotta chiude con “zeru tituli”. Così anche la dote di una semifinale Champions e di 5 podi consecutivi (3 volte secondo, 2 volte terzo), scompare nel mare magnum delle amarezze.

Dal ko storico del 26 maggio in Coppa Italia, passando per la sconfitta 1-7 in Coppa Italia con la Fiorentina, reiterata in Champions con il Bayern e sfiorata con il Barcellona (1-6); i ricordi sbiaditi di Colantuono e Cosmi che invitano le proprie squadre a non infierire; l’eliminazione dai gironi preliminari di Europa League per mano dello Slovan e dallo Spezia in Coppa Italia; la trattativa grottesca per la cessione della metà delle quote al fantomatico sceicco Al Qaddumi. La lista è lunga. Meglio fermarsi qui.

Sarà ricordato probabilmente come il presidente meno amato della storia giallorossa. Avendolo imparato a conoscere, Pallotta se ne farà certamente una ragione.

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