«Ci emozioneremo»

di Redazione, @forzaroma

(Il Messaggero-A.Angeloni) Trigoria è piena di figli di Zeman, giornalisti appassionati, giornalisti curiosi, giornalisti e basta. Le domande sono tante, le risposte accattivanti.

(…)
Di solito firma contratti di un anno, stavolta un biennale. Perché?
«Il contratto l’ha fatto la società».
Cosa l’ha convinta a tornare?
«Abito qui, è una città che sento mia. Spero che i tifosi siano felici come me».
È tornato per vincere.
«Non ho mai visto un giocatore o un allenatore che non lo voglia. Ci si deve provare, ci si deve credere».
Quando è stato vicino alla Roma in questi anni?
«Nel 2006 ma non si poteva, il motivo è anche scritto in qualche interrogatorio…».
Zeman preferisce lavorare con i giovani. È una diceria?
«Pescara è un esempio: avevo sei under e sei giocatori più esperti. Ovvio, un giovane ha più voglia di imparare, ma ricordo Aldair che, pur non giovanissimo, mi ha dato grandi soddisfazioni».
Verratti-De Rossi: chi giocherebbe centrale nella sua Roma?
«Stiamo cercando di capire ciò che c’è e ciò che manca. Verratti ha fatto un grande campionato, si è fatto notare».
Come intende gestire Totti?
«È un tesserato della Roma, quindi come gli altri».
La Roma non parla mai degli arbitri, lei è d’accordo?
«Penso sia sbagliato però mi adeguo. Non succede niente se si dice che un arbitro ha sbagliato».
De Rossi, possibile vederlo come centrale di difesa?
«Spero di no. Per me è un centrocampista.
Non un regista?

«Per me servono altre doti, ma può stare al centro facendo il mediano, con altre caratteristiche».
Roma è una rivincita?
«Sono scomparso dal calcio ma non cerco rivincite. Io volevo allenare e basta, insegnare calcio a qualsiasi livello, aldilà della categoria».
Cosa si aspetta dalla sua Roma?
«Dovrà dare emozioni, divertire. Uno tenta di far vedere qualcosa e di convincere anche i più scettici sulla bontà del lavoro. Mi piacerebbe riavvicinare la gente allo stadio».
Si sente cambiato tatticamente?
«Mi conviene dire di sì, ma non sono d’accordo».
Un giudizio sulla Roma di Luis Enrique.
«Alcune sue idee mi piacciono. Io però sono più proiettato verso la porta avversaria (risata generale, ndr). Il concetto di base è, costruire non distruggere. E penso che i calciatori si divertano più a fare questo».
Cosa è cambiato nel calcio in questi anni?
«All’epoca le squadre italiane vincevano in Europa, dettavano legge. Oggi c’è un gap tra noi, spagnole e inglesi. Io, pur essendo stato penalizzato, ho fatto calcio lo stesso, mi sono divertito. Alla Roma pensavo di poter dare qualcosa in più, purtroppo non mi è stato permesso».
Quest’anno dovrà fare una preparazione più corta del solito.
«Dovrò cambiare qualcosa, spero non mi cambino i risultati».
Questa Roma è la sua squadra più forte?
«Non so come sarà, la dobbiamo costruire. Ci sono elementi importanti, vediamo come renderanno. Alcuni calciatori non hanno fatto bene, ad alcuni verrà data la seconda chance. Dobbiamo valutare, non ho programmi precisi. Vogliamo costruire una squadra che giochi bene a calcio».
Il calcio è uscito dalle farmacie ed è entrato nelle sale scommesse.
«È migliorato sotto il primo aspetto, ma ora deve uscire di nuovo da questa crisi e ci vorrà tempo».
Cosa spera di trovare cambiato nell’ambiente romano?
«Non voglio vedere tanti cambi. Non andava poi così male allora. La gente ai miei tempi si divertiva e riempiva lo stadio».
La Roma ha portato avanti il discorso fair play.
«Sono d’accordo. Il problema del calcio di oggi è che non è credibile. Vogliamo cambiare questa tendenza».
Il Wall Street Journal le ha dedicato un pezzo, definendola Jedi: lei si sente in lotta con il lato oscuro della forza?
«È troppo difficile come concetto. Mi sento uno normale».
Perché le squadre cercano sempre il talento all’estero, invece di valorizzare i calciatori del vivaio?
«Non posso dare spiegazioni precise, non faccio parte di quelli che vanno a spendere soldi. Prima si andava fuori perché i soldi all’estero, penso, erano più «coperti». E ho detto penso».

 

Il derby è sempre una gara come un’altra?
«Ci sono sempre 3 punti in palio. Lo spettacolo vero è in tribuna, in campo se ne vede sempre poco in una gara così».

Sente il peso della piazza romana, ha un po’ di paura?
«Roma sta sempre vicina alla squadra, anche nei momenti brutti. Il pubblico ci aiuterà, voglio bene alla Roma. Se ci fosse stata la possibilità di farle del male, non sarei tornato».

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