Un episodio che a distanza di 32 anni tiene banco ogni volta che si parla di Juventus-Roma. Stiamo parlando di quello che qualcuno ha ribattezzato il "più valido dei gol annullati" nella storia del calcio. L'autore è stato intervistato oggi dal Corriere dello Sport. Si chiama Maurizio “Ramon” Turone è nato a Varazze il 27 ottobre 1948 e quel giorno era il difensore centrale della Roma di Nils Liedholm «No, siamo alla fine del 2013. Preferisco lasciar perdere. Ma non dimentico. Il gol era valido e sono ancora arrabbiato. In quel periodo era una partita simile a qualsiasi incontro tra grandi squadre. Noi della Roma vivevamo l’occasione come un derby o come andare ad affrontare il Milan, per esempio».Poi le cose sono cambiate. Anche per merito, o per colpa, di quella giornata? «Può darsi. Secondo me è soprattutto cambiata la dimensione della Roma. All’epoca le due squadre venivano da storie troppo diverse. La Juventus era sempre stata una potenza, la Roma era su un piano inferiore. Io passai una vigilia assolutamente normale. Ricordo l’emozione giusta, la concentrazione che deve precedere un appuntamento fondamentale. Niente isterie».Oggi che cos’è Juventus-Roma? «Quello che era nel 1980. Una sfida che vale lo scudetto. Più importante per la Roma che per la Juve. I bianconeri sono una macchina, se vincono se ne vanno. Come allora, la Roma insegue. Come allora, può vincere la partita. Perché ha personalità, gioca veloce, è equilibrata e ha Totti. Quando sta bene, Francesco fa la differenza».
E chi può fare la differenza in favore della Juve? «Vidal. Un giocatore straordinario, dalla flessibilità impensabile, dal rendimento imprevedibile. Onestamente non credevo potesse raggiungere questi livelli. E’ fondamentale quanto lo era Tardelli. E poi la Juve ha una dote che alla Roma manca. La rognosità».
Rognosità? «Determinazione, carattere, fame di vittoria, solidità fisica tutto insieme. La Roma è sofisticata. A tratti mentre la Juve continua a correre, i giallorossi si guardano nello specchio. Per questo talvolta faticano a vincere».
E Totti? «Anche Totti. Due giocatori differenti, tuttavia. Falcao viaggiava per tutto il campo, l’altro è letale dalla trequarti in su. Era diverso anche il calcio, però non è vero che ora si giochi a tripla velocità. Noi facevamo circolare la palla più lentamente ma quando ci si inseriva correvamo esattamente quanto i giocatori di oggi. Adesso poi vedo giocare in Serie A uomini che ai nostri tempi non sarebbero neppure entrati nello spogliatoio».
Conte ormai si conosce. Garcia le sembra bravo? «Non conosco i suoi metodi. Mi piace il modo in cui fa giocare la squadra. Quei movimenti rapidi, quel possesso palla con lo sguardo piantato sull’area avversaria sono in un certo senso innovativi per il calcio italiano. Ma la Roma in cui giocavo io era già all’avanguardia. Parliamo di possesso palla? Noi tenevamo in mano il gioco per un’ora a partita. E’ stato Liedholm il primo a spiegare: se noi abbiamo il pallone, non ce l’ha l’avversario. Il numero uno in assoluto. E poi la mentalità offensiva, la squadra che si apriva a ventaglio quando riconquistava l’inziativa. Anche Eriksson giocava così, anche Garcia e il calcio moderno in generale si rifanno a quelle idee. Liedholm ha inventato tutto più di trent’anni fa. Anche in questo sono stato fortunato. Ho avuto compagni eccezionali e due maestri come allenatori, Liedholm e Rocco».
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