Stramaccioni: “Roma, ecco perchè sono andato all'Inter”

di Redazione, @forzaroma

Di seguito un lungo stralcio dell’intervista rilasciata dal tecnico dell’Inter Andrea Stramaccioni quest’oggi al Corriere dello Sport.

Dove ha iniziato ad allenare?
«Al quartiere Nuovo Salario con l’AZ Sport, poi sono andato alla Romulea che in quegli anni era affiliata alla Lazio (adesso grazie a Stramaccioni sarà affiliata all’Inter, ndr). Iniziai a fare anche l’osservatore per il club biancoceleste e per 6 mesi ho avuto il tesserino che lo attestava, poi però è arrivata la Roma. Ringraziai tutti e firmai per i giallorossi. Scoppiò un macello…».

Allora è destino che quando lei passa da una società all’altra si crei un polverone…
«E’ successo anche quando dalla Roma sono andato all’Inter, ma la colpa non è mia. Nel 2010 avevo una grande offerta da parte della Fiorentina e l’Inter provò a inserirmi nell’affare Burdisso, ma i dirigenti non mi lasciarono andare. La presidentessa Sensi mi diceva che ero il futuro, ma non mi potevano dare la Primavera. Mi rinnovarono il contratto e ottenni di inserire una clausola unilaterale ovvero la possibilità di avere una settimana di tempo prima di una certa data per liberarmi se la società non mi avesse garantito una cosa (la panchina della Primavera, ndr)».

La scorsa estate quella panchina non gliel’hanno affidata e così…
«Il mio problema era la crescita professionale. Giustamente la Roma voleva continuare con Alberto De Rossi che è un’istituzione e un ottimo tecnico, il cui lavoro è sotto gli occhi di tutti, ma io avevo bisogno di progredire. Mi sono comportato correttamente e sono stato favorito dal fatto che i nuovi proprietari non hanno letto la clausola del mio contratto».

Con De Rossi senior si è rotto qualcosa?
«La cosa purtroppo è stata montata e ci hanno messo contro. Non ho mai avuto e non ho niente contro di lui. Alberto giustamente ho voluto rimanere ad allenare la Primavera. Niente da dire, ma io non potevo restare a vita agli Allievi. Si è creato un dualismo interno tutto romano e a quel punto ricucire lo strappo era impossibile».

Com’è stato l’addio alla Roma?
«Dolorosissimo e non mi vergogno a dirlo. Sono stato con tante persone, tra le quali Conti, Totti, Vito Scala e la dottoressa Mazzoleni, con le quali ho un bel rapporto e grazie alle quali sono cresciuto».

La separazione ha inciso sul suo tifo giallorosso?
«Sono rimasto molto male per come è stata gestita la situazione e ho sofferto tanto. In situazioni come questa perdi un pochino di quel disincanto che hai da ragazzo. Diciamo che è come se ti lasci con un grande amore e poi ti sposi con un’altra donna. Adesso sono innamorato di un progetto e dell’Inter».

Rispetto agli altri giovani allenatori, Guardiola, Conte e Luis Enrique, lei è l’unico che non ha un passato da giocatore a certi livelli. Un limite o solo una diversità?
«Non ho avuto la loro carriera da calciatore, non ho frequentato grandi spogliatoi e non ho disputato partite a certi livelli, ma allo stesso tempo ho un piccolo vantaggio: ho vissuto più da allenatore perché a 23 anni già avevo intrapreso questa carriera».

In questo assomiglia a Sacchi.
«Sacchi è il mio maestro e con lui è nata subito un’empatia notevole, ma con tutto il rispetto e l’affetto che ho per lui (sorride divertito, ndr), Sacchi non sa fare due palleggi. Io ero un difensore centrale di qualità e sono andato via da Roma a 14 anni per giocare al Bologna. Ulivieri e Reja mi conoscono e possono testimoniare. Ho giocato nella nazionale Under 15 con Totti, Nesta e Di Vaio. Ero bravino, promettente, tanto che dai Giovanissimi mi mandarono direttamente in Primavera. E lì mi sono gravemente infortunato, a 15 anni e mezzo. Mi hanno dovuto operare 3 volte. Ho provato a tornare in campo con il Monterotondo, dove c’era Pietro Leonardi come direttore sportivo, ma non ce la facevo e così ho iniziato ad allenare».

Qual è il suo modulo preferito?
«Il modo migliore per coprire il campo è con 4 difensori, 3 in mezzo e 3 giocatori offensivi. Può variare l’interpretazione della mediana, con un vertice alto o basso, perché sono i calciatori che fanno il modulo. Non sono integralista sul modulo, sull’idea di calcio sì. La conferma è stata la prova di domenica a Roma: per la prima volta non potevamo giocare con 3 elementi offensivi, ma abbiamo comunque disputato una partita offensiva per 60′. L’idea di gioco va oltre il singolo. Poi se hai Sneijder la sviluppi in un modo, senza di lui in un altro».

Tra gli allenatori della Roma invece con chi ha legato di più?
«Luciano Spalletti, anche se lui mi ha chiamato dalla Russia e mi ha detto “Non dirlo più perché ti fai un danno…”. Da lui ho preso tanto, sul campo. La Roma delle 11 vittorie di fila, la Roma della qualità, la squadra senza attaccanti veri e della palla “addosso” mi ha ispirato. Con Spalletti ho parlato tanto».

Non c’è Zeman tra i suoi riferimenti?
«Zeman è unico ed è impossibile imitarlo. Ha idee che sono sue e basta perché è il massimo esponente di quella corrente. Di lui o prendi tutto o non ce la fai perché il suo calcio coinvolge in fase offensiva tanti di quei giocatori che non si può trovare una via di mezzo». (…)

Il prossimo anno in Serie A che derby sarà quello tra lei e Montella?
«Il mio rapporto con Vincenzo è particolare. Ha studiato, ha fatto la sua esperienza con il vivaio e poi si è messo in gioco. Più che un collega è un amico. Non a caso nell’aprile 2010, quando per la prima volta sono venuto a Milano a parlare con l’Inter, lui mi ha accompagnato. Alla riunione andai solo io, ma la sera guardammo insieme in tribuna Inter-Barcellona 3-1 e il giorno dopo ripartimmo in treno insieme. Mi diceva che dovevo restare a Roma. Su lui posso sempre contare perché i suoi consigli sono spassionati e da amico. Gli auguro di andare alla Roma e di fare un punto meno di noi il prossimo anno».

Quello che ha firmato/firmerà con l’Inter sarà il contratto più importante della sua vita?
(sorride) «Aspetta… Ci penso un anno… Sì. I tempi dell’annuncio però li deve dire il presidente».

Pensa che nella sua nuova Inter saranno inseriti giovani della “sua” Primavera?
«In ritiro ci saranno dei ragazzi aggregati, ma tra la Primavera e Serie A c’è… il Grand Canyon. In pochi sono subito pronti per il salto: penso a Balotelli, De Rossi, Faraoni… Ci vorrebbe un campionato intermedio per far crescere i giovani, per far loro capire che le giocate tra i professionisti sono fatte con un’intensità diversa. Per i ragazzi ci vuole un progetto, altrimenti si rischia di bruciarli».

Chi sono i 2-3 giovani della Roma che lei ha allenato e che arriveranno in alto?
«Sono contento che Caprari faccia bene a Pescara e anche Piscitella e Ciciretti sono bravi, ma la Roma di questi ragazzi di talento e dal fisico non eccezionale ne ha tanti».

Le piace il calcio della Juventus?
«Il segreto della Juve è stato l’aver messo a disposizione di Conte i giocatori più funzionali alla sua idea di calcio. I dirigenti gli hanno consentito di lavorare. Conte è stato bravo a sfruttare l’esplosione dei tre centrocampisti».

Lei invece in mediana ha sfruttato il ritorno su buoni livelli di Guarin.
«E’ un ottimo giocatore, uno in continua crescita. Si esprime al meglio come interno e abbina grande forza a qualità. Veniva da un grave infortunio, ma ha fatto bene».

Che cosa le manca di Roma?
«Solo la mia famiglia. Sono una persona semplice e mi piace pranzare con mio padre, mia madre e mio fratello. Non mi capita da un po’. Per il resto Milano mi ha accolto alla grande e ci sto bene»

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