Storia di un progetto che non è mai partito

di Redazione, @forzaroma

(Corriere dello Sport – A.Maglie) – Mancherà, Luis Enrique.

Soprattutto a quanti possono solo nutrire nei suoi confronti sentimenti di riconoscenza. Ad esempio, Santiago Martin Oliveira Silva, il famoso «Tanque» che ai suoi nipoti potrà raccontare di aver segnato anche in Italia: alla Roma, unico gol in dodici presenze. E ancora: Edy Reja. Era perseguitato dalla maledizione del derby; l’ha ribaltata, guarendo improvvisamente da una sindrome molto pericolosa per chi allena nella Capitale: due sfide e due vittore. E che dire dei fratelli Della Valle che dovranno ringraziare sentitamente il tecnico asturiano: se la Fiorentina si è tirata fuori dai guai lo deve a lui che gli ha consegnato su un piatto d’argento la bellezza di sei punti, quasi il quindici per cento di quelli sin qui conquistati. Ma mai, proprio mai potrà trascurarlo nelle sue preghiere Vladimir Weiss che ha conosciuto con il suo Slovan quel quarto d’ora di notorietà che a parere di Andy Wharol a ogni uomo di questa terra compete: nemmeno nei suoi sogni migliori avrebbe immaginato di eliminare la Roma dall’Europa League. […]

 

EUROPA ADDIO – Alzi la mano chi immaginava che la Roma, al preliminare di Europa League, avrebbe ceduto il passo allo Slovan di Bratislava? Non ci credeva nessuno, nemmeno Vladimir Weiss. Prima Dobrotka, in Slovacchia, e poi Stepanovsky hanno trasformato il sogno (degli altri) in realtà. Era un campanello d’allarme ma non venne colto. Si disse: in fondo è l’inizio, bisogna dar modo ai giocatori di apprendere un nuovo stile di calcio, l’Idea. Insomma, bisognava fare scuola-guida. Forse per questo mandò in campo gli appena maggiorenni, Caprari (poi mandato a Pescara), Viviani, Okaka. Finì 0-1 e 1-1. E tutti a casa.

I DERBY – A Roma, si sa, i derby sono il nervo scoperto: complicato per un asturiano cresciuto a Barcellona dove quello con l’Espanyol è considerata una partita qualsiasi (anche meno) visto che il vero derby è quello con il Real Madrid (il Clasico), afferrare essenza e particolarità di una sfida come questa. E, infatti, non l’ha afferrata: li ha persi tutti e due. Il primo, poi, molto presto, a metà ottobre, con il tepore estivo che faticava a stemperarsi; il secondo, invece, ancora sotto gli strascichi di un lungo inverno (4 marzo). Identico il risultato (1-2); identico anche uno dei goleador, Hernanes, una rete all’andata e una al ritorno.

MALEDETTA JUVE – Fuori dall’Europa ad agosto, alla Roma restava solo un’altra Coppa, quella nazionale. Certo, non è da uomini fortunati dover conquistare una spazio in un torneo in una partita secca contro la squadra che non ha mai perso, in particolare in casa. Ma la Juventus nel suo stadio su Luis Enrique è passata veramente come un rullo compressore. E se la storia è maestra di vita, bisogna ammettere che per l’asturiano la maestra è rimasta inascoltata, nonostante la prima lezione fosse stata piuttosto chiara. Era il 24 gennaio quando la Roma salì a Torino per provare a conquistare la semifinale di Coppa Italia. Dopo sei minuti (Giaccherini) il sogno appariva di difficile realizzazione; dopo mezz’ora (Del Piero) era già impossibile. L’autogol di Kjaer tumulò una partita già da tempo finita. In campionato, tre mesi dopo andò anche peggio. Partita finita dopo 8 minuti (doppietta di Vidal), Roma praticamente sotto la doccia dopo l’espulsione di Stekelenburg e il rigore di Pirlo. […]

FLOP – A Torino vennero meno le ultime illusioni. E pensare che tutti si erano impegnati a tenere aperto un obiettivo, il terzo posto, la conquista di un biglietto per la Champions. Lo sottolineava proprio Sabatini, alla fine di quella serata terribile allo Juventus Stadium: «Siamo ancora in classifica». Il problema, però, non era esserci in quel momento, ma esserci dopo. Nel giorno della Liberazione, la Roma è stata praticamente liberata anche dall’ultimo obiettivo (o di quello che rimaneva dell’ultimo obiettivo): il terzo posto. Provvide Lazzari a eliminare le residue aspettative. […]

EPILOGO – Ci sono storie che solo il tempo può spiegare. Luis Enrique in questa sua breve esperienza romana ha suscitato attese e simpatie. «Mai schiavi del risultato» , recitava uno striscione quando i primi rovesci cominciavano a incrinare la fiducia nel Progetto. Ma poi è diventato veramente complicato reggere con la fede davanti a una vittoria del Lecce per 4-2.

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