Lotito: “Gli americani? I tifosi si vogliono identificare, manca il contatto umano”

di Redazione, @forzaroma

Ecco uno stralcio dell’intervista del Presidente della Lazio Claudio Lotito al Corriere dello Sport, pubblicata oggi sul quotidiano:

La Lazio è la vera sorpresa del campionato per molti, forse non per lei. E’ una scommessa vinta?
«Dobbiamo proseguire in questo tragitto intrapreso da nove anni, rispettando i famosi tre parametri. Oggi abbiamo una squadra quadrata, ma credo manchi ancora la mentalità da grande. Questo handicap nasce dall’ambiente. Molti parlano ancora di Lazietta, forse perché ha avuto in passato tanti problemi e non ha ottenuto risultati, a parte l’era cragnottiana».

Lotito nei rapporti ora sembra ammorbidito.
«Ci sono una serie di fattori che concorrono ai cambiamenti. Quando sono entrato nel 2004 esisteva la concezione del “più spendi e più vinci”. Ho cercato di rompere l’assioma. Immaginate la stessa acquisizione della Lazio, l’ho presa con 550 milioni di debito, fatturava 84 milioni di euro e ne perdeva 86 di esercizio. Non era un’avventura, sembrava una sfida impossibile. L’ho fatto per tre motivi. Primo: sono tifoso della Lazio, mi dicevano anche che ero romanista. Non è vero. Sono laziale dall’età di sei anni, ci sono diventato per il rapporto con la mia tata, il cui fidanzato era laziale. Faceva il panettiere. Parliamo degli anni Sessanta. Il secondo motivo è stato lo spirito di servizio. Ho un’estrazione umanistica, ho sviluppato il concetto della polis, gli studi mi hanno spinto verso la collettività. Facevo l’imprenditore. Il territorio mi aveva dato la possibilità di esprimere le mie potenzialità, ritenevo giusto restituire qualcosa. La considerai una sfida non impossibile, ma al limite. Mi piacciono le sfide. Prendevo una società tecnicamente fallita. Inventai una serie di situazioni, come prestiti e parametro zero. Presi un allenatore a 50 mila euro, il predecessore guadagnava 4,5 milioni. Ero un naufrago in mezzo al mare. Non dormivo più di un’ora e mezzo, non era solo un problema di investimento, ma di azioni da mettere in campo. Mi sono scontrato con tutti. La società perdeva più di quanto incassasse. Bisognava fermare l’emorragia. Quello che dovrebbe fare oggi il governo. Il bilancio statale è un serbatoio bucato che continua a perdere».


Ma il rapporto con la Curva è cambiato?
«Non ho fatto un passo indietro, sono loro che fanno le cose giuste. Il Terzo Tempo è una cosa positiva. Non sono cambiato io, è cambiato il mondo intorno a me. Di salary cup ne parlavo nove anni fa, mi prendevano per matto. Oggi i fatti testimoniano che avevo ragione. La sovraesposizione mediatica all’epoca era necessaria per far valere certi principi. Ora lascio l’opinione alla gente. Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto non per risolvere problemi personali, ma per salvaguardare l’interesse generale».

Se fosse Monti, dove metterebbe mano per risanare il debito pubblico?
«Servono le riforme strutturali. Un anno fa, dopo il blitz a Cortina, fui interpellato. Alla tavola rotonda partecipavano il sindaco di Verona, Flavio Tosi, Attilio Befera dell’Agenzia delle Entrate, esponenti politici. Dissi che avevano fatto bene, allo Stato il mio gruppo aziende paga 146 milioni di euro l’anno di tasse. Ho questa idea: devi contribuire in rapporto a quello che produci e guadagni. La gente vorrebbe sapere cosa ci fanno con i soldi. Lo stesso è accaduto con la Lazio. Ora riesco a dormire tre ore e mezzo a notte. Per chiudere la transazione con il Fisco, fui costretto a portare in 48 ore l’assenso dei creditori privilegiati. Rimasi due giorni e due notti dentro l’ufficio, senza mangiare e dormire, perché dovevo prendere le firme dei giocatori anche in Messico e in Argentina. Tornai indietro con un pacco d’assensi, altrimenti la Lazio non si sarebbe salvata».


Se le venisse chiesto di entrare in politica?
«Ho dato la mia disponibilità, vorrei fare un patto per il risanamento dell’Italia, ci sono due o tre richieste».
Di quale area politica?

«Non sono richieste della stessa area politica, non coltivo interessi personali. Mi sono chiesto: è giusto che metta a rischio le mie cose per l’interesse collettivo? Se ritenessi di essere utile e mi fosse chiesto, mi metterei a disposizione. Lo farei per interesse politico, se faccio parte di un sistema, è giusto che risponda positivamente. Ragiono nell’ottica della polis, non ho interessi personali».


Sta parlando da politico.
«Non ho ambizioni elettorali. Non è semplice, mi dovrei sacrificare, Io già so cosa succederà. Il meccanismo lo conosciamo bene. Ognuno muove interessi personali, io voglio muovere quelli di sistema».


Quindi si presenterebbe con il saio?
«Certo. Nel dopoguerra le famiglie hanno fatto i sacrifici, risparmiavano, si sono comprati il tetto per ripararsi dall’acqua. Le famiglie rappresentano la colonna vertebrale. Io metto da parte i soldi per comprarmi casa e non pagare l’affitto. E tu che fai Stato? Ci metti sopra l’Imu. E’ una tassa iniqua, una patrimoniale mascherata. Non ha senso. E ha provocato un danno. Ha fermato l’economia, ha bloccato l’edilizia. Ora sta finendo il lavoro del carpentiere, del muratore, dell’elettricista. Dove sono i giovani che possono permettersi di acquistare una casa e fare un mutuo? E’ finito tutto».

La proprietà americana la lascia perplesso?
«Guardo a casa mia. A parte le battute tipo lo zio Tom e “America me senti”, non vorrei esprimere giudizi. E’ successo il caos per quel paragone con la famiglia Sensi. I tifosi si vogliono identificare, hanno bisogno di un capofamiglia. Senza un interlocutore, puoi avere dei risultati, ma è un rapporto freddo. Una volta c’era il campione, le maglie bagnate di sudore. Ho cercato di ricreare un legame con la storia. Ho portato Gascoigne all’Olimpico. E non sapete quanto mi costa l’aquila».

Nella Roma c’è Totti.
«E’ vero. Come simbolo è rimasto il giocatore, ma la società? La Lazio è Lotito, nel bene o nel male, forse per 99 su 100 nel male, l’interlocutore ti rappresenta. Manca il contatto umano, non lo dico per spirito di contrapposizione alla Roma».


Montella era uno dei candidati prima di Petkovic?
«Sì era l’allenatore dei miei pensieri, ma probabilmente non sarebbe mai venuto alla Lazio».

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