rassegna stampa

Juve, comunicare non scomunicare

A volte si possono dire cose giuste illustrandole in maniera sbagliata; a volte si possono proporre soluzioni meritevoli di un vasto consenso finendo, poi, per ritrovarsi isolati.

Redazione

A volte si possono dire cose giuste illustrandole in maniera sbagliata; a volte si possono proporre soluzioni meritevoli di un vasto consenso finendo, poi, per ritrovarsi isolati. E’ il caso della Juventus. Si dice: chi vince è sempre antipatico. La società bianconera nella sua lunga storia ha vinto molto e accumulato proporzionale ostilità. Ma negli ultimi anni questa antipatia si è colorata di qualcosa di più estremo, forse addirittura tossico per il nostro calcio. Prima la Juve piaceva a metà Italia e non piaceva all’altra metà. Ora la seconda metà non solo non condivide i gusti della prima, ma con quella prima non vuole avere punti di contatto, da quella prima non vuole essere lambita, sfiorata. Quello che è avvenuto a Catania lo ha plasticamente illustrato; lo striscione ironico comparso al San Paolo (”Catania, ore 12,30, fine dell’ora legale”) è la spia di una metà Italia tifosa che può essere in disaccordo su tutto ma su un dato si aggrega graniticamente: l’antijuventinità.

Il club chiede rispetto. Ma a questa situazione ha dato un contributo decisivo. Vincendo? Anche. Negli ultimi tempi soprattutto sbagliando atteggiamenti, calibrando male i modi, dando l’impressione di volersi creare, di volta in volta, un “nemico”. Da un punto di vista populistico la scelta può anche pagare (serra le fila dei “fedeli”) ma dalla Juventus ci si può attendere qualcosa di più, per la storia della società e per il ruolo che quella le assegna. Con lo stadio, il club ha indicato una strada al calcio italiano; dal punto di vista organizzativo ha fornito esempi positivi. La riforma del calcio invocata da Andrea Agnelli per fermare il degrado della serie A sarebbe utile e opportuna. Le istituzioni e la giustizia sportiva andrebbero modernizzate. Ma poi nella “comunicazione” qualcosa stona: troppo aggressiva, troppo rumorosa, troppo “legata” all’occasione per non declassare gli obiettivi perseguiti da collettivi a individuali. Con la conseguenza che le due metà comunicano sempre meno guardandosi con sospetto crescente.

La Juve per vincere non ha bisogno dei favori arbitrali, non ha bisogno dei balletti di Gervasoni, delle “intuizioni” di Rizzoli e Maggiani e non ha neanche bisogno di dire: tanto avremmo vinto lo stesso. Il calcio italiano avrebbe bisogno di qualche leader per uscire dalla sua crisi. Ma le riforme si fanno tutti insieme non contro tutti, con il consenso non con il dissenso, comunicando non scomunicando.

Antonio Maglie / corrieredellosport.it