Il boemo ha reinventato Pjanic e Lamela: la sfida è farli coesistere

di Redazione, @forzaroma

(Corriere dello Sport – G.Dotto) – Il derby malamente perso nel diluvio, 11 novembre, e la vittoria da studiare a Coverciano contro i rampanti di Montella, l’8 dicembre. 27 giorni esatti, uno scorcio temporale, un’infinità concettuale, la sottile fune su cui balla il destino di Zeman, da mummia pensionabile a totem beatificabile. Che cosa succede in mezzo? E che cosa serve ancora perché la massima suggestione attuale del calcio italiano possa diventare una favola a lieto fine? Qui e ora. Perché, non date retta, “abbiate impazienza” è il motto dei vivi.

 

Alla fine di Lazio-Roma sfidavo il lutto dei tifosi e l’irritabilità di chi detesta i paradossi scrivendo che c’era, eccome, del buono in quella sconfitta. Che tracce della magnifica follia zemaniana erano apparse anche dentro e sotto quel rovescio. […]
Cos’è successo nel frattempo? Sull’orlo del baratro, il boemo ritrova il filo. Mostra a se stesso e al mondo di non essere ideologia straccia. Prende quel Totti che gli gioca grandioso alla Bobby Charlton, snellito e smanioso di record e di storia, ma che rischia di tarpare il suo canone e, non solo non lo censura, ma lo replica a destra sotto specie di Pjanic. Magistrale.
Esaltando Totti, inventa un Pjanic sconosciuto anche a se stesso oltre che alla mamma. Come aveva già inventato un Lamela mai visto prima. Pjanic (commovente per quanto lascivo, effeminato, negligente e dunque divino il suo ultimo assist a Destro), come Lamela prima di lui, scopre l’ebbrezza della verticalità. L’euforia di lanciarsi a peso morto e salute di ferro negli spazi, con e senza palla, di attaccare il “nemico” là dove il nemico non c’è o non può arrivare, rinunciando a ghirigori e vezzi di un manierismo da cortile.
Eccolo il calcio zemaniano, lezione da studiare non solo a Coverciano. […]

 
A tutto questo si aggiungano risorse sparse, gregari sulla carta ma fondamentali di fatto, americani, paraguaiani, uruguaiani e greci (che sciocchezza masochista e che odiosa crudeltà insultare un ragazzo così generoso e così dentro il gruppo solo perché “colpevole” di stare là dove dovrebbe stare De Rossi). Si aggiungano i due meravigliosi brasileiri là dietro, che ci si butta più volentieri se hai alle spalle un paracadute che funziona. S’immagini uno Stekelenburg finalmente capace di urlare anche a Burdisso la sua grandezza, un Osvaldo libero dalle paccottiglie di un ego da rockstar, un Destro capace di coniugare passione e lucidità. S’immagini un Totti che Dio ce lo conservi e un Dodò che la salute lo assista. S’immagini uno Zeman capace di parlare con De Rossi e di De Rossi senza lo stillicidio di mezze frasi e parole, che lui proprio non se le merita. E ci siamo quasi (al lieto fine).

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