Daniele in panchina è un controsenso. Zeman deve trovargli un posto

di Redazione, @forzaroma

(Corriere dello Sport – A.Polverosi) Facciamo un referendum rapido, certo anche sommario: eccettuata la Roma, in quante squadre di Serie A sarebbe titolare Daniele De Rossi? Quanto meno 18 su 19. Lasciamo fuori la Juve perché ha un terzetto (Vidal-Pirlo-Marchisio) così consolidato che un allenatore dovrebbe pensarci prima di farne saltare un pezzo. Tuttavia, anche in quel caso, visto che il pezzo sostitutivo sarebbe De Rossi, forse farebbe il cambio (per Vidal?) senza soffrire troppo.

 
Dunque, 18 formazioni di Serie A schiererebbero il romanista in formazione. Pensate a Mazzarri che deve puntare allo scudetto con Behrami-Inler (o Dzemaili…), o pensate a Stramaccioni che, tolto Guarin, ha centrocampisti in calo o un po’ sbiaditi. Vedendolo in panchina, viene da credere che la Roma sia in testa alla classifica. E invece è sesta. Viene da pensare che il suo centrocampo, pur con Pjanic avanzato sulla linea dell’attacco, sia formato da giocatori di grande spessore tecnico, tattico, dinamico e invece ha dei buoni interpreti come Tachtsidis, Bradley e Florenzi, ma nessuno in grado di toccare il livello di De Rossi.

 

Il problema, per De Rossi, è che Zeman lo considera lontano dal suo tipo di gioco. Qui entra sulla scena la società per la quale il detto “non esistono figli e figliastri” è un assurdo: ci sono i figli che guadagnano 6 milioni di euro all’anno (contratto appena rinnovato) e i figliastri che ne guadagnano la metà o anche di meno. Se poi non piace il termine figlio e figliastro, lo si cambi con giocatore di prima fascia e giocatore di seconda fascia. La società quando ingaggia Zeman sa che prende in un unico pacchetto non solo un allenatore ma anche un modulo e una filosofia di gioco. De Rossi appartiene per caratteristiche mentali alla stessa filosofia di Zeman, non rientra però nel suo modulo, nel 4-3-3. Da questo punto entriamo nell’errore tecnico: se al posto di De Rossi, per un problema di modulo, di centrocampo a tre, gioca Marchisio, allora ok, ma se invece gioca Florenzi, se gioca Bradley, se gioca Tachtsidis allora non va più tanto bene.

 
Non è il discorso della tutela del patrimonio, magari stando così le cose la Roma vende De Rossi, si libera di un maxi-ingaggio e realizza una maxi-plusvalenza. Il discorso è tecnico: la società deve tutelare un giocatore che, come ingaggio, importanza e valore arriva solo dopo Totti. Se Zeman ha avuto l’idea giusta per Pjanic (e per l’equilibrio della squadra), cerchi anche di trovare la sistemazione ideale per De Rossi. Non ha in organico un altro centrocampista che garantisca la sua solidità, un altro che abbia il suo temperamento (anche se a volte sproporzionato all’evento), un altro col suo calcio. Tachtsidis è sicuramente più “regista” di De Rossi, ma non è Pirlo e nemmeno Pizarro (giocatore per il quale la Fiorentina continuerà chissà per quanto tempo a ringraziare la Roma). Non si avverte fra il greco e il romano questa clamorosa differenza tecnica.

 
Scrivendo questo il giorno dopo la sconfitta di Verona può sembrare che la ragione sia da individuare nell’esclusione di De Rossi e non è vero. Non lo può pensare nessuno. La Roma ha perso per colpa della sciagurata prestazione di Bergonzi e della sua grigia e scialba interpretazione della gara. L’obiettivo non è trovare la colpa per il passato, ma la soluzione per il futuro.

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